Dal sito AGEEI le dichiarazioni dell’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare

“Noi pensavamo che la profondità fosse sinonimo di sicurezza, cioè tutto quello che era sotto ai 200 metri era di per sé sicuro. Il forte sviluppo tecnologico ci ha detto che non è così. Pensate che oggigiorno raggiungere una quota di profondità di 3000 metri è semplice, a poco costo, e può essere fatto da tutti, attori statuali e attori non statuali. Se consideriamo che il mare Mediterraneo è un mare relativamente poco profondo, soltanto il 15% del Mediterraneo ha una profondità superiore ai 3000 metri, vuol dire che tutto il resto può essere soggetto a attività sabotaggi e non lecite, a tante cose. Noi, come tutte le altre nazioni marittime, negli anni abbiamo messo tutte le nostre principali infrastrutture critiche nei fondali marini. Ii cavi, i prodotti, i rigassificatori”.
Così Giuseppe Berutti Bergotto, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, in occasione del Defence Summit 2025, organizzato dal Sole 24 Ore, in corso di svolgimento a Roma.
“Stiamo pensando di mettere in acqua tutti i nostri server, perché così si risparmia energia per raffreddare tutti questi sistemi. Pertanto il mondo subacqueo è diventato critico per ogni nazione. Cosa stiamo facendo? Come ha accennato già l’ammiraglio Cavo Dragone, la strategia per avere una rilevanza nel mondo subacqueo è basata di fatto sul quinto. La prima sorveglianza è avere una situational awareness, il che vuol dire che il mondo subacqueo non è un’area facile da controllare, non è facile sapere cosa c’è e non è facile sapere chi sta operando. Pertanto la cosa più importante è cercare di avere un sistema che metta insieme tutti i dati che provengono da tutti i sensori che abbiamo nel mondo subacqueo”.
“Oggigiorno questi sensori non sono tutti unitari, anzi ci sono numerosi player industriali. Non faccio i nomi, ma lo sapete benissimo, che hanno tantissimi sistemi per il controllo, per lavorare nel subacqueo, per verificare le condotte e così via. Quindi noi dobbiamo essere in grado di utilizzare quei dati, metterli a sistemi con i dati classificati che ha la Marina tramite la Nato e l’Europa, che ci vengono da tutte quelle agenzie che fanno il controllo dei movimenti dei sommergibili e avere pertanto un’idea di tutto quello che succede. Noi abbiamo una centrale che è a CINCNAV, dove abbiamo la base della nostra squadra navale, che cerca di fondere tutte queste informazioni. Mi fa piacere dire che tra queste centrali c’è quella che fa il controllo delle infrastrutture critiche su data. Questa centrale utilizza i dati che noi otteniamo da tutte quelle industrie che fanno il controllo, piattaforme, classificatori e così via”.
“Noi siamo collegati con le loro centrali operative, abbiamo uno scambio di dati, pertanto riusciamo a mettere insieme il più possibile. Questo è il primo passo, avere una situazione chiara di quello che succede. Il secondo passo è quello di essere in grado di proteggere queste cose, quindi una volta che sappiamo dobbiamo essere in grado di proteggerle. Per fare questo dobbiamo avere dei sistemi che ci permettono di poter intervenire, ma soprattutto se accade un problema di poter riparare. Proprio ieri mi dicevano che se c’è un danno a un cavo il tempo medio di riparazione è 107 giorni. Non è possibile, pensate, se io non ho la ridondanza e perdo la capacità di connessione per più di tre mesi la nostra economia purtroppo ne risentirebbe fin troppo. L’altra cosa importante è lo sviluppo tecnologico, ma dobbiamo andare a passo con i tempi”.
“Per fare questo devo dire che il Governo, diciamo il Parlamento, poi il Governo, la Nazione, ha investito sul Polo Nazionale dell’Amministrazione sul Blocco, che è un asset strategico nazionale. Il Polo mette insieme tutte quelle eccellenze che l’Italia ha nel mondo della subacqueo. Università, centri di ricerca, industrie, piccole e medie industrie, mondo delle istituzioni, mette insieme tutto questo per cercare di sviluppare quello che a noi ci serve. Quindi il Polo sta facendo un grande lavoro, due anni di vita, più di 20 progetti che sono attualmente in campo, sono quei progetti che ci permettono di tamponare quelle necessità che noi abbiamo. L’ultima cosa è la cooperazione. Se da soli non riusciamo ad affrontare la dimensione subacqueo in modo completo, la cooperazione che deve essere prima di tutto nazionale, cioè difesa, mondo industriale e tutti quegli altri enti che hanno una capacità di ascolto nel subacqueo, è ovviamente europea in tanto”.

