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Il ruolo dei traghetti italiani nell’ultimo conflitto bellico

4 Aprile 2026

Un articolo di storia dal sito Ocean4Future a cura di Gianluca Bertozzi

Dal 1901, una piccola flotta di traghetti ferroviari già assicurava il passaggio ai convogli ferroviari attraverso lo stretto di Messina e, dal 1905, tale servizio era gestito dalle Ferrovie dello Stato. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, questa piccola flotta contava sei unità:

NomeDislocamento (non stazza)Velocità
Villa (1910-1912)932 t12,5
Reggio (1910-1912)            932 t12,5
Aspromonte932 t12,5
Messina2200 t12,5
Scilla4000 t15,5
Cariddi4000 t15,5

Il Scilla ed il Cariddi erano unità molto moderne e polivalenti, dotate di propulsione diesel-elettrica per limitare i consumi di gasolio, e potevano fornire elettricità ad una città di medie dimensioni in caso di necessità nonchè caricare le batterie dei sommergibili. Con i loro grandi spazi e la capacità di alloggi passeggeri, potendo imbarcare direttamente i veicoli dalle banchine, potevano quindi potenzialmente operare per appoggiare missioni di soccorso in aree costiere o come nave appoggio sommergibili e posamine. Fin dal loro varo, queste navi, abbastanza capienti e veloci, furono inscritte sui registri delle unità da militarizzare in caso di guerra e allo scoppio della seconda guerra mondiale furono armate di cannoni di piccolo calibro e mitragliere antiaeree e delle ferroguide per la posa di mine navali in ruolo antinave.

Furono infatti utilizzate principalmente come posamine considerato l’alto numero di ordigni esplosivi che potevano imbarcare, un numero di gran lunga superiore a quello dei posamine militari (ben 400 sui Scilla e 200 sulle altre). Tale impiego, però, rendeva ulteriormente instabili le unità, di per sé poco adatte a reggere il mare agitato a causa dello scarso pescaggio. Tuttavia, malgrado queste limitazioni, i traghetti svolsero brillantemente varie missioni di posa di torpedini nonostante molte di esse si fossero svolte lontano dalle familiari acque dello Stretto, soprattutto lungo le coste siciliane e nel canale di Sicilia. Complessivamente furono sedici missioni con la posa di 3.790 mine compiute da: Reggio, Aspromonte, Scilla e Villa.

A partire dal 1942, dopo le pesanti perdite di naviglio mercantile subite nel semestre precedente, i traghetti furono impiegati in tutt’altro genere di missioni che le consuete di posamine. In particolare, il Messina e l’Aspromonte, furono destinati al trasporto di mezzi corazzati per il progettato e mai realizzato sbarco a Malta. Per tale scopo furono dotati di una pesante passerella metallica per permettere l’imbarco dei mezzi corazzati del Regio Esercito che avrebbero dovuto trasportare e sbarcare in spiaggia anche grazie al basso pescaggio. Quindi furono requisiti per le esercitazioni preliminari allo sbarco che si svolsero a Gaeta nell’agosto del 1942. Essi facevano parte della Forza Navale Speciale, comandata dall’ammiraglio di squadra Vittorio Tur e composta da unità navali di ogni genere: motoscafi, motonavi lagunari, posamine, motozattere, cisterne militari tipo “Sesia”, piccoli piroscafi per i collegamenti con le isole minori, motovelieri da pesca, ecc..  Era previsto che il Messina trasportasse quattro carri pesanti da 52 t. o, in alternativa, otto carri medi da 26 t mentre l’Aspromonte due carri da 52 T o una ventina di carri Italiani.

Dopo la rinuncia a tentare di prendere Malta avvenne lo sbarco alleato in Marocco ed Algeria (Operazione Torch dell’8 novembre 1942) il che comportò una serie operazioni dell’Asse che coinvolsero anche i nostri traghetti.

11 novembre 1942: meno di un mese prima della sua perdita, l’Aspromonte sbarca mezzi corazzati ed autoveicoli a Bastia, nell’ambito delle operazioni per l’occupazione della Corsica – dal sito  Con la pelle appesa ad un chiodo

L’11 novembre 1942 l’Aspromonte sbarcò mezzi corazzati ed autoveicoli a Bastia, nell’ambito delle operazioni per l’occupazione della Corsica; successivamente fu destinato al trasporto di truppe e materiali per Biserta ma fu affondato il 2 dicembre 1942 dall’incrociatore Britannico HMS Aurora durante il secondo viaggio verso la Tunisia.

Analoga fine avvenne anche per gli altri traghetti. Dopo lo sbarco alleato, i traghetti furono pesantemente coinvolti nelle operazioni di evacuazione delle truppe italo tedesche dalla Sicilia, dando un grande contribuito ma al prezzo di pesanti perdite dovute alla costante minaccia aerea.

Foto riprese a Reggio Calabria durante le operazioni di carico di alcuni carri Tiger per la Tunisia – foto credito da Giovan Giuseppe Mellusi L’impiego bellico dei traghetti FF.SS. dello Stretto di Messina e la ricostruzione del dopoguerra.

Il 30 aprile 1943, il traghetto Messina, mentre si trovava in un’invasatura, fu centrato da una bomba  che gli danneggiò gravemente gli assi delle eliche. Impossibilitato a muoversi autonomamente, fu rimorchiato a Taranto dove rimase fino alla proclamazione dell’armistizio, venendo riparato solo in seguito. Lo Scilla, dopo essere stato colpito da bombe ed incendiato il 9 maggio 1943 e nuovamente il 25 successivo, rimase vittima di tre bombe americane nella notte del 17 giugno. Ridotto ad un ammasso di rottami, all’alba del giorno dopo fu rimorchiato al pontile Norimberga per liberare l’invasatura, rimanendo semisommerso fino alla fine delle ostilità.

L’Aspromonte in servizio come nave da sbarco della Forza Navale Speciale, nel corso di un’esercitazione sulle coste della Toscana (photo credit Mauro Millefiorini)

Pochi giorni dopo, il 25 giugno, il Reggio affondava nella seconda invasatura della stazione marittima di Messina, colpito in pieno durante un pesante bombardamento angloamericano.

Il traghetto Cariddi un traghetto di tipo ferroviario costruito nel 1932 dai Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Trieste per conto delle Ferrovie dello Stato ed effettuava il collegamento tra continente e Sicilia attraverso lo Stretto di Messina. La nave fu innovativa per avere un sistema di propulsione tipo Elettro-Diesel.
Il 16 agosto 1943 durante la Seconda guerra mondiale, venne autoaffondata e poi recuperata nel dopoguerra. Cariddi.jpg – Wikipedia

Agli inizi di agosto, erano in esercizio per conto delle FF.SS., ancora tre traghetti. Il Messina ai lavori nell’Arsenale di Taranto e il Cariddi e il Villa in efficienza ridotta, ma pur sempre in servizio tra le due sponde dello Stretto. La perdita di queste ultime due unità si verificò il 16 agosto 1943, qualche ora prima che gli Americani entrassero a Messina. Se ne decise, infatti, l’autoaffondamento per evitare che cadessero nelle mani del nemico.

Furono comunque impiegati intensamente, il solo Villa aveva trasportato in Calabria, per sei giorni ininterrottamente, più di 40.000 soldati e qualche centinaio di automezzi contribuendo grandemente al successo dell’operazione. Finite le ostilità in Sicilia, unico traghetto superstite fu il Messina che si trovava a Taranto per riparare i gravi danni subiti nell’aprile precedente. Dopo l’armistizio fu requisito dagli Inglesi e da questi utilizzato per trasportare vagoni ferroviari tra Catania e Reggio e, successivamente, mezzi gommati militari tra le due sponde dello Stretto. Riconsegnato al Governo Italiano l’8 aprile 1944, ripristinò i collegamenti tra la Sicilia e il Continente interrotti dall’agosto precedente, facendo la spola tra Messina e Reggio.

A conflitto non ancora concluso si provvide al recupero e al ripristino delle unità affondate. I traghetti Villa e Reggio vennero facilmente messi in condizione di galleggiare, rispettivamente il 15 luglio 1944 e il 27 febbraio 1945. Per il Scilla ed il Cariddi le attività di recupero e di ricostruzione richiesero, invece, diversi anni e si conclusero solo nel dopoguerra. In sintesi, questi traghetti furono navi militarizzate poco note ma i cui equipaggi furono duramente impegnati in guerra in un ruolo spesso rilevante.

Gianluca Bertozzi

In alto, traghetto Messina in avvicinamento alla stazione marittima di Reggio Calabria, 1942 – da Antica Messina – Ganzirri nelle foto d’epoca @ganzirrin (125) Pinterest

Alcune delle immagini possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo



Andrea Mucedola

Ammiraglio della Marina Militare Italiana (riserva), è laureato in Scienze Marittime della Difesa presso l’Università di Pisa ed in Scienze Politiche cum laude all’Università di Trieste. Analista di Maritime Security, collabora con numerosi Centri di studi e analisi geopolitici italiani ed internazionali. Ricercatore subacqueo scientifico dal 1993, nel 2019, ha ricevuto il Tridente d’oro dell’Accademia delle Scienze e Tecniche Subacquee per la divulgazione della cultura del mare. Fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Atlantide e della Scuola internazionale Subacquei scientifici (ISSD – AIOSS).

FONTE: Ocean4Future

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