Un interessante articolo di storia delle II guerra mondiale a cura della Redazione di Ocean4Future

Il piano tedesco era semplice e perfetto: una compagnia rinforzata – Kampfgruppe – della Divisione Rhodos doveva prendere terra a Symi, una delle tante isole dell’Egeo, e impadronirsene. Secondo i Britannici, sarebbe bastato un colpo duro all’inizio e la resistenza italiana sarebbe crollata, dato il morale bassissimo successivo all’armistizio dell’8 settembre 1943. Le informazioni intelligence erano corrette; l’isola di Symi (o Simi), di soli 65 chilometri quadrati, era presidiata da 130 anziani mitraglieri della Divisione Regina affiancati da una stazione di vedetta della Regia Marina e da una “Delegazione di porto” formata da un’altra mezza dozzina di marinai. Unico dettaglio ignorato dai Tedeschi l’arrivo, due settimane prima, di un anziano capitano di corvetta richiamato, Corradino Corradini, già comandante della vecchia cannoniera Sebastiano Caboto – immobilizzata a Rodi per avaria – che si era salvato dalla cattura raggiungendo l’isola di Simi dopo aver remato per 25 miglia con una piccola imbarcazione, portando con sé la bandiera di combattimento della vecchia ma gloriosa nave.

La gloriosa cannoniera Sebastiano Caboto alla fonda a Shangai – Fonte Ufficio Storico MM http://www.anmi.taranto.it/filatelia/carlotto_gaboto/carlotto_caboto.htm – Autore non noto ma della Regia Marina RN Caboto.jpg – Wikipedia
Il nostro si trovò ad affrontare due problemi grossi e uno piccolo. Quello minore era rappresentato dai suoi nuovi soldati, lontani dall’Italia da oltre quattro anni, male in arnese e sedentari; i due maggiori erano rappresentati dai reparti tedeschi (in arrivo) che s trovavano da qualche parte al di là dell’orizzonte, e da una settantina di eleganti marinai britannici dello Special Boat Squadron dei Commandos, giunti laggiù per prendere il controllo della situazione. Il problema germanico era, in teoria, facilmente risolvibile: bisognava soltanto rianimare e guidare, con l’esempio, la truppa facendole riprendere tono, addestrandola e ricompattandola. Quello posto dagli inglesi era, viceversa, spinoso, visto che, tanto per cominciare, quel comandante (subito ribattezzato dai britannici nei loro rapporti trasmessi al Cairo con l’intuibile soprannome di C4 per Capitano di Corvetta Corradino Corradini) aveva rifiutato di ammainare il proprio tricolore, ossia quello del Caboto, per far posto all’Union Jack, promettendo, tutt’al più, di tenere conto dei consigli impartiti dai “graditi ospiti”. Dando ragione a C4 e torto agli Inglesi, i Tedeschi presero terra nella baia di Pedi mentre i britannici li aspettavano dal lato opposto dell’isola, a Panormiti. Il contrattacco dei fanti e dei marinai italiani, vera e propria guardia pretoriana del comandante Corradini, si racconta sempre in testa a tutti, avvenne a colpi di bombe a mano mezz’ora dopo lo sbarco germanico. I nostri arrivarono di sorpresa nel buio più totale seguendo il cavo telefonico, proprio come Teseo e Arianna qualche tempo prima in un’altra isola non troppo lontana da lì. Sorpresi e in piena crisi psicologica, i Tedeschi si fermarono sulla spiaggia senza sbucare, come previsto, nell’abitato. A giorno fatto ognuno rimase sulle rispettive posizioni, scambiando qualche colpo di fucile e raffiche di mitragliatrice. Alle 13.30 giunsero i Britannici e alle 14.00 i bombardieri in picchiata della Luftwaffe. Sembrò il finimondo, ma si trattava solo di una manovra di copertura. I Tedeschi, vista la mala parata, si ritirarono, infatti, subito dopo lasciando 8 caduti e sei prigionieri.

Isola greca di Symi e isole vicine da Google Earth
Una piccola guerra – tanto più che l’isola non aveva alcun valore strategico – ma bastò questo piccolo fatto d’armi per scatenare un pandemonio: da un lato i bombardieri tedeschi presero ad attaccare quotidianamente l’isola, dall’altro il comando inglese del Cairo ordinò subito un’inchiesta e sollecitò l’abbandono di Simi ottenendo; infine, la sera dell’11 ottobre, avvenne l’imbarco del piccolo presidio italiano. Unica condizione imposta da “C4” fu che i suoi militari lasciassero quel territorio dopo i britannici. Traghettati da sei motovelieri italiani in Turchia, i marinai e i soldati italiani si videro chiedere, appena messo piede a terra, la consegna delle armi in vista del loro internamento. Corradini fece notare che la bandiera invergata sulla sua “nave ammiraglia” era quella della Regia Marina (si trattava sempre di quella del Caboto) e che, pertanto, aveva diritto alle 24 ore previste dalle convenzioni internazionali per fare acqua e ripartire senza che nessuno potesse bloccarlo. Dopo un giorno ed una notte di tensione, a digiuno ed a mano armata, le autorità di Ankara pensarono bene di togliersi dai piedi quella fonte di grane, lasciando ripartire la piccola spedizione alla volta di Castelrosso.
Da qui Corradini fu inviato, su un idrovolante, in Egitto mentre i suoi furono trasferiti, senza tanti complimenti, a Cipro. Sbarcato a Suez Corradini ne inventò però un’altra delle sue, recandosi il 27 ottobre, senza avvertire nessuno, a bordo della corazzata Vittorio Veneto, a quel tempo internata ai Laghi Amari. Dotato di buoni argomenti (era stato un eccellente conferenziere navale) e di una irresistibile faccia tosta, il nostro riuscì a far rimpatriare tutti i suoi uomini. Avrebbe risalito con loro l’Italia, assumendo con il grado di capitano di fregata, dall’agosto 1944, il comando interinale1 del futuro Reggimento San Marco, dalle Marche fino a Venezia e all’Alto Adige.

Autore Marina Militare
Pubblicato originariamente su DIFESAONLINE
1 Il 1^ novembre 1943, la Regia Marina organizzò un reparto di volontari con marinai e Ufficiali di Marina ed Esercito per addestrare un reparto che potesse combattere con il 1^ Rgpt motorizzato, il reparto passò al comando del C.V. Augusto Tesi (vice comandante il C.F. Corrado Corradini) che, dopo alcuni mesi dedicati alla formazione e all’addestramento, il 1^ gennaio 1944, riottenne il nome di reggimento “San Marco”– Fonte Lanfranco Sanna
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