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Stretti strategici, droni e missili: perché l’Italia può guidare l’Europa sul mare.

21 Settembre 2026

Dal sito Fondazione Machiavelli un interessantissimo approfondimento a cura di Thomas Di Domenico

Thomas Di Domenico

Gli ultimi due mesi hanno dimostrato in modo decisivo che sono gli stretti strategici, piuttosto che i combattimenti in mare aperto, a definire il teatro navale di questo decennio. Il presupposto della libertà di navigazione su cui le nazioni occidentali hanno basato la propria flotta di superficie non è più sostenibile, come dimostra il fatto che attori parastatali e statali (come rispettivamente gli Huthi nello Yemen o i Pasdaran in Iran) possano utilizzare droni e missili a basso costo per bloccare gli stretti strategici e compromettere gravemente il commercio internazionale, come è avvenuto con gli attacchi degli Huthi nello stretto di Bab el-Mandeb e quelli iraniani nello stretto di Hormuz. Entrambi questi episodi non solo hanno frenato in modo significativo il commercio globale e ridotto drasticamente il flusso di merci attraverso questi punti nevralgici, ma hanno anche provocato un aumento del prezzo del petrolio, con il costo al barile che ha raggiunto più volte i 100 dollari a causa degli incidenti verificatisi nella regione.

In un’epoca in cui gravi interruzioni del commercio come queste stanno diventando sempre più comuni, garantire la sicurezza delle rotte commerciali e proiettare la potenza navale non è mai stato così importante. In Europa, l’Italia è il Paese meglio posizionato per contrastare questa minaccia. Grazie alla sua Marina già potente, alle basi operative, all’esperienza in missioni simili e alle capacità industriali, l’Italia non solo è la scelta naturale per questo ruolo, ma è anche candidata a diventare la principale potenza navale convenzionale d’Europa. Tuttavia, affinché Roma possa ricoprire questo ruolo, l’Italia deve impegnarsi a essere all’altezza di questo nuovo potenziale.

Gli appalti devono essere accelerati e potenziati, poiché la flotta deve stare al passo sia con l’aumento della minaccia sia con il crescente ruolo e la presenza internazionale dell’Italia; tuttavia, la semplice accelerazione dei progetti esistenti non è sufficiente. L’Italia deve creare nuovi quadri normativi per istituzionalizzare l’obiettivo di diventare la marina leader in Europa, in modo che questa ambizione sia perseguita dal settore della difesa senza interferenze da parte di misure di bilancio a breve termine, della politica di partito o dei cambiamenti di coalizione.

Il ruolo crescente dell’Italia a livello internazionale

Come testimoniato dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI) al Parlamento il 2 luglio 2026, l’Italia è attualmente impegnata in 40 missioni e operazioni internazionali, con un’autorizzazione al dispiegamento all’estero di 12.000 militari. Nel 2026, l’Italia ha aderito a due nuove missioni, una in Iraq e una in Somalia. Il ruolo dell’Italia nell’apparato di sicurezza globale è innegabilmente in crescita, ma la nostra espansione navale non è abbastanza rapida da stare al passo con la nostra crescente importanza.

Il ruolo di leadership dell’Italia nel Mediterraneo è evidente: l’Italia ha schierato oltre 1.000 effettivi per guidare l’Operazione Mediterraneo Sicuro, che pattuglia oltre 2 milioni di chilometri quadrati di acque aperte, e l’operazione EUNAVFOR MED Irini, l’embargo sulle armi contro la Libia sancito dall’ONU. Inoltre, l’Italia ha guidato la Task Force X Central Mediterranean della NATO, la prima campagna di sperimentazione operativa completamente multidominio della NATO, che ha coinvolto oltre 100 sistemi autonomi, 180 sensori e 800 membri del personale.

Il ruolo dell’Italia nella sicurezza delle rotte commerciali è evidenziato anche dal fatto che Roma vanta il più ampio impegno complessivo tra tutti gli Stati partecipanti all’Operazione Aspides e all’Operazione Atalanta; nella prima, la leadership tattica italiana ha portato alla protezione di oltre 470 navi, all’abbattimento di 20 droni e all’intercettazione di 4 missili balistici. Attraverso tutte queste operazioni, le navi italiane stanno già garantendo la sicurezza del commercio e offrendo protezione alle imbarcazioni civili e al commercio in tutto il Mediterraneo, nel Mar Rosso, nell’Oceano Indiano, nel Golfo Persico e nel Golfo di Aden. Inoltre, i cacciamine italiani Crotone e Rimini sono già posizionati a Gibuti, pronti a intervenire nello stretto di Hormuz non appena le tensioni tra Stati Uniti e Iran si saranno placate.

L’ampia portata degli attuali impegni navali dell’Italia, unita alla sua vasta esperienza tattica e alla sua posizione proattiva in risposta alle grandi crisi, dimostra il ruolo essenziale del Paese nella sicurezza marittima a livello globale, un ruolo che la Marina Militare italiana deve essere pronta a ricoprire e persino ad ampliare.

La flotta più potente d’Europa

Un potenziamento della Marina italiana non solo soddisferebbe i requisiti che ci vengono imposti dal nostro crescente ruolo nella sicurezza internazionale, ma ci proietterebbe anche al primo posto tra le flotte di superficie convenzionali europee (la Turchia schiera una flotta di dimensioni comparabili e anch’essa orientata ai punti di strozzatura, ma si colloca al di fuori del quadro dell’UE e persegue un proprio percorso strategico; pertanto, il confronto pertinente in questo contesto è con il Regno Unito e la Francia). L’Italia dispone attualmente di due portaerei (contando la Trieste, dotata di capacità anfibie) rispetto alle due del Regno Unito o all’unica della Francia. Il numero delle sue fregate è superiore a quello della Royal Navy e solo leggermente inferiore a quello della Francia. Inoltre, il numero complessivo delle principali unità da combattimento di superficie italiane (cacciatorpediniere, fregate, navi anfibie) è decisamente consistente rispetto a entrambi i paesi. Sebbene l’Italia non possa eguagliare la flotta di sottomarini d’attacco e di deterrenza nucleare della Francia o la forza sottomarina interamente nucleare del Regno Unito, non ne ha bisogno. Le realtà del combattimento navale moderno, incentrata soprattutto sulla protezione del commercio come dimostrato dalle recenti tensioni in Medio Oriente che hanno dominato i titoli dei giornali, premiano le forze d’alto mare in grado di proiettare potenza come quelle italiane.

Sebbene i sottomarini nucleari siano innegabilmente una risorsa molto preziosa sia per la flotta britannica che per quella francese, e che l’Italia probabilmente non riuscirà a eguagliare nel prossimo futuro a causa del livello di impegno industriale e politico (e di tempo) necessario per sviluppare tali capacità, essi sono per lo più inutili nel tipo di missioni che l’Italia sta attualmente svolgendo e nelle missioni di protezione del commercio che probabilmente saranno sempre più necessarie in futuro. Per aprire un punto di strozzatura o proteggere navi civili non servono missili balistici lanciati da sottomarini, ma piuttosto capacità anti-drone e sistemi di difesa aerea a più livelli, ambiti in cui l’Italia eccelle.

A differenza della flotta francese, quella italiana presenta un netto vantaggio tecnico e tecnologico, poiché è stata progettata appositamente fin dall’inizio per la guerra ad alta intensità, costiera e in acque ristrette. Le navi da combattimento di superficie italiane presentano una configurazione di artiglieria particolarmente pesante, ottimizzata per la guerra negli stretti strategici, dove le navi devono respingere sciami di minacce a basso costo come motoscafi suicidi e munizioni vaganti. I nostri modelli di fregate sono volutamente “sovradimensionati” in termini di armamento, rendendo le loro configurazioni a doppia batteria particolarmente efficienti in questi teatri operativi, a differenza dei cannoni delle fregate leggere francesi.

L’impiego da parte dell’Italia delle munizioni guidate Strales trasforma inoltre la nostra artiglieria navale in un sistema d’arma ravvicinato ad alta precisione e a fuoco rapido, essenziale per contrastare i missili antinave e gli sciami di droni a una frazione del costo del lancio di costosi missili terra-aria. Un altro vantaggio è la velocità delle nostre navi. In un tipo di guerra che richiede estrema manovrabilità per proteggere le navi mercantili o sfuggire alle imboscate da terra, l’innovativo sistema di propulsione combinato diesel-gas italiano diventa un vantaggio distintivo. La superiorità dell’Italia risiede nel fatto che la sua flotta è stata specificatamente progettata per essere manovrabile e adattabile. La moderna flotta di superficie italiana si basa su un progetto modulare altamente efficiente in termini di costi, che consente di potenziare o personalizzare rapidamente gli scafi in base al livello di minaccia operativa. Ciò crea una forza altamente flessibile in grado di passare da pattugliamenti antipirateria a bassa intensità a combattimenti multidominio su vasta scala senza dover progettare classi di navi completamente nuove.

L’Italia è quindi effettivamente in grado di garantire una presenza avanzata e prolungata nei teatri di guerra attualmente rilevanti, anche senza eguagliare il livello di deterrenza nucleare della Francia. Pertanto, dati i nostri numerosi vantaggi tecnici di quella che è spesso considerata la marina più forte d’Europa e la nostra impareggiabile idoneità, sia dal punto di vista strutturale che dottrinale, al nuovo tipo di guerra navale che sta emergendo, l’Italia ha tutte le ragioni per aspirare a diventare la flotta di superficie e la forza navale convenzionale più forte d’Europa. Se si considera poi il nostro crescente prestigio internazionale e la nostra posizione all’interno dell’apparato di sicurezza globale, questa ambizione non è più solo un desiderio, ma piuttosto una necessità da soddisfare.

Il paradosso delle tempistiche

L’Italia vanta inoltre un notevole potenziale industriale: aziende come Fincantieri e Leonardo ci rendono una delle potenze più forti al mondo nella costruzione navale militare e leader nel settore delle navi da combattimento di superficie ad alta tecnologia e dei contratti di esportazione multinazionali nel mondo occidentale. Fincantieri, ad esempio, è il più grande costruttore navale d’Europa e sta attualmente attuando una politica industriale aggressiva, il suo piano di investimenti 2026-2030, che prevede 1,9 miliardi di euro di investimenti autofinanziati per potenziare le linee di produzione con l’obiettivo di raddoppiare la capacità produttiva nei cantieri navali italiani. Dato questo immenso potenziale industriale, sembra assurdo che l’Italia non abbia ancora raggiunto il pieno potenziale a cui la sua marina militare potrebbe aspirare.

Alla flotta italiana non mancano né il potenziale, né la tecnologia, né tantomeno i finanziamenti. La Marina italiana sconta semplicemente una programmazione inadeguata delle tempistiche. Il principale programma di modernizzazione italiano, l’iniziativa PPA gestita dall’OCCAR, è ancora in corso e si trova in fase intermedia di realizzazione. La chiglia dell’ottava unità è stata posata solo nel maggio 2026 e la consegna è prevista per il 2030. Anche le unità esistenti sono ancora in fase di aggiornamento al Full Combat System. Anche l’altro grande progetto navale italiano, quello dei cacciatorpediniere DDX, evidenzia le carenze degli appalti e dell’espansione navale italiani, nonostante sia attualmente in corso e proceda come previsto. Il governo ha già stanziato i fondi, la fase di appalto è già iniziata e l’accordo finale da 2,7 miliardi di euro è in procinto di essere finalizzato e firmato. Ciononostante, la prima consegna è ancora lontana anni. Il problema di fondo è che, anche se la volontà politica e il bilancio sono pronti, la filiera di approvvigionamento italiana, per quanto efficiente, non è in grado di produrre scafi con la rapidità necessaria a tenere il passo con il ritmo delle missioni già sottoscritte per quest’anno.

La soluzione

Colmare il divario tra realtà e ambizione richiede quindi un approccio su due fronti. L’Italia deve formalizzare questa ambizione con una strategia concreta delineata in un documento o in una dichiarazione ufficiale, emanata ai massimi livelli del Consiglio Supremo di Difesa, che fissi obiettivi espliciti in termini di dimensioni della flotta, prontezza operativa e presenza avanzata, con l’obiettivo nazionale dichiarato di affermare l’Italia come la principale potenza navale convenzionale ed expeditionary d’Europa. Sebbene sia necessario ufficializzare e istituzionalizzare questo obiettivo, occorre anche assumere impegni e adottare misure tangibili, per dare a questa politica una base concreta. Il mezzo che lo Stato italiano può utilizzare per raggiungere quest’obiettivo sarebbe un rafforzamento del Documento Programmatico Pluriennale.

Il Documento dovrebbe passare da una previsione a scorrimento a uno strumento di finanziamento pluriennale realmente vincolante, al riparo dai continui cambiamenti della politica di coalizione, in modo che le potenziali misure necessarie, quali le conversioni PPA, gli ordini successivi per le DDX, l’espansione della flotta sottomarina e un impegno ampliato per l’operazione Aspide, sopravvivano al cambio di governo anziché essere rinegoziate da zero ad ogni ciclo di bilancio. Questo approccio consentirebbe all’Italia di rivendicare formalmente quel tipo di leadership navale che si è già guadagnata sul piano operativo: non la più grande forza deterrente né una flotta nucleare come quella del Regno Unito e della Francia, ma la marina più presente, più collaudata e più costantemente schierata in prima linea nelle acque che determineranno la sicurezza economica e strategica dell’Europa per il resto di questo decennio. L’alternativa è continuare a vincere le missioni pur perdendo la sfida della visione strategica, ovvero rimanere, a tempo indeterminato, la marina più attiva d’Europa senza mai essere riconosciuta, dotata di risorse o organizzata come la sua marina di punta.

[foto: Armando Mancini cc 4.0 sa by]


Thomas Di Domenico

Thomas Di Domenico è studente del doppio corso di laurea in Affari Internazionali tra Sciences Po Nancy e LUISS Guido Carli, con un focus sulla sicurezza europea e sulle relazioni tra Italia, Francia e Germania. Scrive di affari europei e difesa per varie testate, sia italiane che inglesi.

FONTE: Fondazione Machiavelli

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