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Il Capo di Stato maggiore della Marina Bergotto avverte: «La difesa di Hormuz non è a rischio zero»

26 Marzo 2026

L’ammiraglio è intervenuto sulle linee programmatiche del suo mandato davanti alla commissione Affari esteri e Difesa del Senato: «Il personale è il problema: è il problema perché il marinaio ha una vita sacrificata e soprattutto ha una vita che non permette al giovane moderno di utilizzare i social»

di Andrea Carli

L’Italia con Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone ha denunciato gli attacchi contro navi commerciali nel Golfo Persico e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. I sei governi si sono detti disponibili a contribuire agli sforzi per garantire il passaggio sicuro in quell’area. «Nessuna missione di guerra – ha chiarito il ministro della Difesa Guido Crosetto -. Nessun ingresso ad Hormuz senza una tregua e senza un’iniziativa multilaterale estesa. Siamo consapevoli però dell’importanza per tutti di lavorare per la riapertura in sicurezza di Hormuz e riteniamo che sia giusto ed opportuno che siano le Nazioni Unite ad offrire la cornice giuridica per un’iniziativa pacifica e multilaterale per raggiungere questo obiettivo».

Il Capo di Stato maggiore della Marina Bergotto: «Rischio zero su un’eventuale scorta su Hormuz non ce l’ho»

Ora il Capo di Stato maggiore della Marina militare, ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto, intervenuto mercoledì 25 marzo in audizione davanti alla commissione Affari esteri e difesa del Senato, ribadisce che un’eventuale operazione in quelle acque avrebbe i suoi rischi. «Hormuz è molto particolare – ha affermato -, ma come tutti gli stretti: 33 chilometri, di questi 33 chilometri pensate che ci sono due canali come l’autostrada, due vie, una a salire e una a uscire. Un’area del genere è facilmente bloccabile anche con un’arma portatile. Pensate agli Rpg (Rocket Propelled Grenade, armi anticarro portatili progettate per penetrare le corazze dei veicoli, ndr): uno esce con una barca di sei metri, un motore si avvicina, quindi la difesa di Hormuz non è semplice, non è assolutamente semplice, anche se riusciamo a eliminare la minaccia missilistica c’è anche una minaccia ancor più semplice. Ecco ecco perché la difesa di Hormuz non è assolutamente una cosa a rischi zero. Noi siamo in grado, abbiamo le navi che ci consentono, ma ha visto (l’ammiraglio sta rispondendo alla domanda posta da un senatore, ndr ) anche quei droni di superficie possono aiutare per cercare di interagire con la minaccia il più lontano possibile, però rischio zero su un’eventuale scorta su Hormuz non ce l’ho, cosa che ce l’ho invece nel Mar Rosso, perché quello con distanze più elevate, con la facilità di vedere se effettivamente qualcuno con una barca esce e poter intervenire su Hormuz viste le distanze non ce l’ho».

«Per noi il personale è il problema»

L’ammiraglio ha affrontato anche il nodo personale. «Per noi – ha sottolineato nell’intervento – è un problema e dall’inizio del mio mandato io dico sempre: “La Marina è tecnologicamente avanzata, dal punto di vista industriale io riesco a avere dei prodotti che sono aggiornati e utilizzabili sempre”. Ma il personale è il problema: è il problema perché il marinaio ha una vita sacrificata e soprattutto ha una vita che non permette al giovane moderno di utilizzare i social. Voi non ci credete ma uno dei problemi più importanti per i nostri ragazzi è il non poter utilizzare i social; dall’altro punto di vista – ha continuato Berutti Bergotto – sono delle “spugne”, loro vogliono imparare, vogliono conoscere e vogliono fare dei lavori che ritengono importanti, pertanto quello che noi facevamo nel passato, cioè quando veniva il marinaio e lo mettevamo a mensa, lo mettevamo a pulire i quadrati, lo mettevamo a lavare le gamelle, non lo possiamo più fare, quindi quello che noi stiamo facendo sono tantissime iniziative, non solo per l’arruolamento ma soprattutto per la retention».

«Perdiamo tante persone, preferiscono andare anche alla Polizia penitenziaria»

«La Marina, ma non solo la Marina, anche le altre forze armate – ha continuato l’ammiraglio – sono viste come un bridge (ponte, ndr) che dà a questi ragazzi delle capacità per poi andare a fare i concorsi: Carabinieri, Guardia di finanza, Polizia, Polizia penitenziaria. Noi perdiamo tante persone anche per andare alla Polizia penitenziaria. E se una ragazza di 20 anni va a fare il concorso in Polizia penitenziaria è un problema, vuol dire che noi non siamo in grado di dare quello che loro si aspettano per rimanere, è una sfida, la stiamo affrontando».

«Nel Mediterraneo la sicurezza delle infrastrutture critiche sottomarine va ricercata»

Un passaggio dell’intervento del Capo di Stato maggiore della Marina Militare è stato sulla sicurezza sotto il livello del mare. «Fino a qualche tempo fa – ha ricordato – tutte le nazioni hanno messo sui fondale marini delle infrastrutture critiche senza alcuna protezione, perché si immaginava che una profondità desse di suo una sicurezza intrinseca. Non è più così. Oggigiorno i 3.000 metri sono facilmente raggiungibili da tutti, sia attori statuali che non statuali, e a basso prezzo. Se pensate che il Mediterraneo è un mare relativamente poco profondo, soltanto il 15% è superiore ai 3.000 metri, questo vi fa capire che è un mare dove la sicurezza delle infrastrutture critiche sottomarine deve essere ricercata»

«Le minacce cambiano in continuazione»

C’è poi il tema di come affrontare sfide alla sicurezza che mutano in continuazione. «Noi – ha detto Berutti Bergotto – siamo una Marina che si riesce ad adattare alle minacce che cambiano. Parlavo con il capo della Marina ucraina, e mi diceva che la minaccia che deve affrontare domani non è la minaccia che affronta oggi, cioè questo per dire che c’è una rapida evoluzione della minaccia. Ogni 24 ore. Loro si portano sul campo di battaglia un team industriale che contemporaneamente cerca di adattare difese al cambiare della minaccia».

L’esperienza della missione Ue Aspides e i costi per abbattere i droni

«Questo – ha ricordato l’ammiraglio – è quello che noi abbiamo fatto in Aspides (la missione Ue volta a proteggere la navigazione mercantile nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nel Golfo Persico, ndr.). Sapete che durante l’attività di scorta del traffico mercantile abbiamo dovuto reagire contro dei droni. Allora inizialmente abbiamo utilizzato il sistema che per noi era quello più sicuro e quello più certo di abbattere il drone, che era il missile. Però il missile costa mediamente 1.2 milioni di euro, il drone ne costa 20.000. Se uno comincia a pensare sulla sostenibilità, dice no, c’è qualcosa che non va. E quindi abbiamo cominciato ad adeguarci con i sistemi che già avevamo e che non avevamo mai utilizzato in quella minaccia, i cannoni. E devo dire che nel percorrere dei giorni abbiamo utilizzato i cannoni in modo molto efficace, risparmiando il missile. Questo è quello che le marine e la Marina italiana fanno. Noi cerchiamo di adattarci sempre di più alla minaccia. Per fare quello, e visto che la minaccia cambia di giorno in giorno, non possiamo seguire le normali regole del procurament, perché altrimenti avremo dei sistemi utilizzabili fra qualche anno, quando sono già vecchi».

I tempi del procurement

La partita si gioca anche sulla capacità di acquisire i sistemi d’arma adeguati, in tempi per quanto possibile stretti. «Vi porto un esempio, ma soltanto per dire che quello che facevamo non va così bene – ha detto Berutti Bergotto -: nel 2012 avevamo “previsto il futuro” e avevamo cercato di integrare un drone aereo per aumentare la capacità di sorveglianza delle nostre navi. Avevamo anche individuato il drone, che era un drone di Boeing, che era l’unica azienda che faceva a quel tempo un drone utilizzabile da nave, perché un drone che viene utilizzato da nave non ha quella semplicità di uno che viene utilizzato da terra. Sa quanto ci abbiamo messo per certificarlo e utilizzarlo? 12 anni. Cioè io questo drone l’ho utilizzato nel 2024 e da essere un “visionario” sono diventato uno con un’obsolescenza da gestire. Quello che stiamo facendo è cercare di superare le normali regole del procurement, ovviamente le norme di legge e per avere a disposizione dei sistemi rapidi all’uso e questo ci ha costretto ad andare sul mercato. Quindi noi abbiamo visto cosa il mercato ci offriva, abbiamo raccolto tutte queste ditte, le abbiamo portate su una nave e gli abbiamo detto: “Bene, questo è il campo dove i vostri sistemi devono operare. Fateci vedere”». Le nuove minacce spingono la difesa a rivedere prassi che fino a qualche anno fa sembravano consolidate.

Intanto l’Iran starebbe consentendo il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, ma a condizione che i pagamenti per il petrolio siano in yuan. La Cina, oltre a essere partner storico, è soprattutto il principale cliente petrolifero di Teheran.

FONTE: Il sole 24 ore

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