Interessante approfondimento dal sito Ares Osservatorio Difesa a cura di Ranieri de Ferrante

La Marina Militare e la Marina Tedesca stanno progettando, parallelamente, navi apparentemente simili: grandi combattenti di superficie di importante peso strategico. Seguono due filosofie diverse, nessuna delle quali sembra perfetta: l’Italia privilegia lo sviluppo futuro, italiano ed europeo, sacrificando il numero di celle, la Germania fa una scelta basata sull’urgenza che la porta ad optare per un sistema di Combattimento Navale made in USA. È un peccato perché sarebbe stata un’occasione probabilmente irripetibile per un progetto coordinato, focalizzato al raggiungimento di una vera sovranità tecnologica europea.
La guerra in Ucraina e i recenti conflitti che hanno coinvolto l’Iran hanno riportato in primo piano una verità militare elementare, ma che trent’anni di guerre asimmetriche avevano consentito all’Occidente di dimenticare: non basta avere l’arma migliore, bisogna averne abbastanza. Gli attacchi di saturazione rendono la profondità dei magazzini una variabile strategica e, quando le scorte si assottigliano, la superiorità tecnologica rimane intatta sulla carta ma diventa sempre più difficile da tradurre in capacità operativa.

Ucraina e Iran hanno quindi restituito alla quantità una parte del valore che sembrava aver perduto.
Hanno anche mostrato qualcos’altro, importante e provato da secoli di storia: una guerra “vera” accelera violentemente i cicli di sviluppo. Sistemi esistenti vengono impiegati, modificati sulla base dell’esperienza, prodotti in quantità crescenti e nuovamente impiegati; quello che in tempo di pace sarebbe un processo industriale di molti anni viene compresso dalla necessità. Ogni nuvola, anche la più scura, ha un silver lining.
Per l’Europa, che dispone già di competenze avanzate nella difesa aerea e missilistica, questa combinazione di esperienza operativa, domanda crescente e urgenza avrebbe potuto rappresentare un’occasione straordinaria.
È in questo contesto che vanno guardati due programmi apparentemente simili, il DDX italiano e la F127 tedesca. Entrambi stanno portando le rispettive Marine verso grandi combattenti di superficie che, per dimensioni e capacità, si avvicinano più agli incrociatori del passato che alle fregate europee degli ultimi decenni. Ma dietro dimensioni comparabili emergono due filosofie quasi opposte e, probabilmente, due eccessi opposti.
L’Italia: la nave del futuro, ma ha abbastanza denti?
Il DDX italiano è cresciuto fino a circa 14.000-14.500 tonnellate e le configurazioni oggi indicate prevedono un aumento delle celle VLS a 80, oltre naturalmente agli altri sistemi d’arma. Ottanta celle non sono poche in assoluto. Lo possono essere, però, quando rapportate alla dimensione della piattaforma (ndr attualmente la configurazione definitiva dei DDX non è stata “congelata”; con la firma ormai prossima del contratto si avrà la certezza sul numero e tipologie di VLS imbarcati).

Il dato è eloquente. Un DDX si collocherebbe intorno alle 175-180 tonnellate di dislocamento per cella VLS; la F127 tedesca, con circa 12.000 tonnellate e 96 celle, intorno a 125. Un Arleigh Burke Flight III, grande unità oceanica, stazza 103 tonnellate per cella, mentre il Type 055 cinese, anch’esso a proiezione oceanica, con 112 celle si attesta a circa 116 tonnellate per cella.
Il disegno italiano prevede hangar, ponti di volo, comode accommodations per l’equipaggio (sul Burke si deve fare hot bunking) ed in ogni caso il rapporto tonnellate/cella non è certo misura assoluta dell’efficienza complessiva di una nave, ma misura qualcosa che dopo Ucraina e Iran è diventato molto meno trascurabile: quanta magazine depth si ottiene dalla piattaforma che si è deciso di costruire.
La peculiarità italiana è ancora più evidente perché il DDX, a differenza dei Burke e dei Type 055, nasce con proiezione soprattutto mediterranea, in un teatro nel quale sono richieste meno tonnellate dedicate all’autonomia, consentendo quindi un miglior rapporto celle/stazza.
La domanda diventa quindi inevitabile: che cosa stiamo comprando con le migliaia di tonnellate aggiuntive?
Una risposta, credo, esiste ed è tutt’altro che irrazionale, come c’è da aspettarsi da una Marina di altissimo livello come quella italiana e che si può pensare porti ancora le cicatrici dell’aver costretto Marconi ad andare a cercare fortuna, per il suo Radar, in Inghilterra. Il DDX sembra infatti concepito non soltanto per l’attività immediata, ma come piattaforma destinata a crescere durante una vita operativa di diversi decenni: grandi disponibilità di energia, spazio, capacità di comando, sensori evoluti, predisposizione per armi ad energia diretta, sistemi unmanned ed aggiunta di tecnologie oggi ancora in sviluppo o che forse non esistono. È, in una certa misura, un laboratorio galleggiante progettato per non diventare obsoleto quando cambierà la guerra.
Ma proprio qui emerge il rischio della scelta italiana: la guerra è già cambiata. Si può progettare tanto per il futuro da essere meno efficienti nel presente. Le guerre che stiamo osservando non dicono solo che fra vent’anni serviranno ancora più tecnologie, ma anche che già oggi servono più missili. Una piattaforma da 14.500 tonnellate con enormi margini di crescita ma 80 celle rischia quindi di rappresentare una scommessa sbilanciata sugli sviluppi futuri rispetto alla massa di fuoco immediatamente disponibile.
L’Italia non sta costruendo una cattiva nave; rischia di spendere una quantità enorme di dislocamento per ciò che potrà diventare, invece di sfruttarne maggiormente una parte per ciò che una guerra ad alta intensità richiede già adesso.
La Germania: tecnologia matura, “maledetta e subito”
La Germania sembra partire dalla preoccupazione opposta. La F127, inizialmente prevista con 64 celle Mk41, è arrivata a 96, mentre il dislocamento è cresciuto verso le 12.000 tonnellate. Otto unità significherebbero teoricamente 768 celle: una profondità di fuoco che cambierebbe in modo significativo il peso della Deutsche Marine nella difesa aerea e antimissile europea.

È difficile contestare la logica militare di questa scelta. La Germania percepisce una minaccia russa, relativamente a breve termine se la si confronta con i tempi necessari a sviluppare una nuova classe navale e con i quaranta o più anni della sua possibile vita operativa. Si può capire l’urgenza. E la si capisce ancora di più alla luce dei problemi del programma F126 e della pressione politica a trasformare rapidamente il grande aumento della spesa militare tedesca in capacità effettivamente disponibili.
La risposta è quasi riassumibile in una formula: soluzione “matura”, maledetta e subito. Una grande nave, 96 celle e soprattutto un sistema già disponibile. Ma è proprio qui che c’è miopia.
Il cuore combattente della F127 sarà in larga misura americano: Aegis, radar AN/SPY-6(V)1, Mk41, Cooperative Engagement Capability, missili Standard. La Germania costruirà lo scafo e integrerà naturalmente una quota importante di tecnologia nazionale, ma per le funzioni che costituiscono la ragione stessa di una grande unità IAMD/BMD sceglie un ecosistema statunitense già maturo e collaudato. La TKMS ha dichiarato che il 90% del Valore Aggiunto sarà tedesco … ma quanto è il valore aggiunto? E quanto è lamiera?
La fretta spiega la decisione. Non è detto che la renda corretta.
Le F127 non entreranno in servizio domani. La TKMS progetta la prima disponibilità a metà degli anni 30, e sono navi destinate a navigare probabilmente fino agli anni Sessanta o Settanta. Una percezione di urgenza legata alla situazione strategica della metà degli anni Venti rischia quindi di determinare per decenni l’architettura tecnologica della principale classe di combattenti di superficie tedeschi, ed impattare anche sulla possibilità di sviluppare una sovranità tecnologica europea.
L’alternativa europea non era un sogno sulla carta
Il punto decisivo è che Berlino non aveva davanti una scelta fra un sistema americano esistente e una tecnologia europea ancora da inventare.
L’Europa dispone già della famiglia ASTER, di PAAMS, di SAMP/T, di radar e sistemi di combattimento sviluppati da industrie italiane, francesi e britanniche; SAMP/T è già stato impiegato in Ucraina, e presto verrà utilizzato anche il SAMP/T NG, ASTER 30 B1NT rappresenta un’evoluzione già avanzata della famiglia e la nuova generazione di PAAMS e dei sensori destinati agli Horizon franco-italiani è in sviluppo ormai avanzato.
È evidente che questi elementi, presi nel loro insieme, non hanno la stessa maturità e lo stesso livello di rischio dell’ecosistema Aegis-SPY-6-Mk41-Standard. Ma la distanza è molto diversa da quella che separa una tecnologia disponibile da un progetto sulla carta.
E questa distanza sarebbe resa ancora meno decisiva dalla convergenza di tre condizioni che raramente si presentano insieme: competenze esistenti, potenziale grande massa critica e una guerra come acceleratore dello sviluppo.
- Le competenze sono già ampiamente presenti e distribuite nell’industria europea.
- La massa critica avrebbe potuto essere enorme: alle Marine italiana, francese e britannica già utilizzatrici dell’ecosistema ASTER si sarebbe aggiunta la domanda tedesca di otto grandi unità con 96 celle ciascuna.
- La guerra in Ucraina, infine, offriva e continua a offrire qualcosa che nessun programma di prove può completamente sostituire: esperienza operativa reale, feedback rapidissimo e una pressione senza precedenti per aumentare produzione, ridurre i tempi e far evolvere gli effettori.
In altre parole, la Germania non avrebbe dovuto attendere la nascita di una capacità europea. Avrebbe potuto contribuire a portare rapidamente a maturità superiore una capacità che già esisteva, mettendo sul tavolo precisamente ciò che spesso manca ai programmi europei: quantità, denaro e un cliente disposto a ordinare numeri importanti. Ed avendo, di ritorno, una ricaduta molto importante anche sulla propria industria.
Sovranità tecnologica significa anche scegliere il rischio
La sovranità tecnologica è una priorità strategica per l’Europa. Ma non si ottiene acquistando il sistema migliore disponibile sul mercato, ma nel contribuire, tutti, alla capacità di sviluppare, modificare, produrre, rifornire ed evolvere autonomamente i sistemi dai quali dipende la propria difesa.
Questo non significa che ogni componente debba essere nazionale, né che acquistare tecnologia americana costituisca di per sé un errore. Significa però che un programma da decine di miliardi, destinato a definire una parte importante della capacità navale europea per quarant’anni, non può essere valutato soltanto sulla base del rischio tecnico e dei tempi di consegna.
Se una quota rilevante di quell’investimento finanzia radar, combat system, lanciatori ed effettori americani, costruisce anche capacità industriale, esperienza e sviluppo negli Stati Uniti invece che in Europa.
È qui che DDX e F127 smettono di essere due programmi nazionali singolarmente criticabili e diventano un’unica grande occasione perduta.
L’Italia possiede una parte importante delle tecnologie che avrebbero potuto alimentare una soluzione europea e progetta una piattaforma con enormi margini di crescita, ma dedica relativamente poco della sua massa alla profondità del magazzino missilistico. La Germania comprende perfettamente la lezione della quantità e mette 96 celle sulla propria nave, ma per riempirle e farle funzionare sceglie in larga misura tecnologia americana.
L’Italia guarda forse troppo al futuro della nave e troppo poco alla guerra di oggi. La Germania guarda alla guerra di oggi e non contribuisce quanto potrebbe a costruire il futuro tecnologico europeo.
È difficile immaginare una simmetria più evidente. Combinando ciò che i due Paesi stanno facendo bene ed eliminando ciò che stanno facendo male emerge quasi spontaneamente la nave che l’Europa avrebbe potuto costruire: una grande piattaforma con interessanti margini di crescita, magazine depth dell’ordine delle 100 celle, radar e sistema di combattimento europei, ASTER e successivi effettori europei, capacità antinave e deep strike, energia e spazio sufficienti per accogliere le tecnologie dei prossimi decenni.
Non sarebbe stato necessario costruire una nave identica per Italia e Germania. Il programma FREMM ha già dimostrato che cooperazione industriale e tecnologica non significa uniformità operativa. Sarebbe bastato creare una base comune abbastanza ampia da trasformare due programmi nazionali in un ecosistema europeo.
Ucraina e Iran hanno ricordato che la qualità senza quantità può esaurirsi rapidamente. L’Ucraina sta dimostrando contemporaneamente che una guerra può accelerare sviluppo, adattamento e produzione con velocità impensabili in tempo di pace. L’Europa disponeva delle competenze; la Germania poteva aggiungere la massa critica; la necessità strategica forniva l’acceleratore.
Non se ne è approfittato. Peccato. Un’occasione perduta. E non la prima, in aria, in terra ed in mare.

