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Verso la riforma della Difesa. Berutti Bergotto definisce le priorità della Marina

6 Febbraio 2026

Intervenendo a Parigi, il numero uno della Marina militare ha evidenziato le principali sfide con cui la flotta italiana deve fare i conti oggi, tra attori emergenti, piattaforme sempre più tecnologiche e un organico che necessita di essere incrementato sia sotto il profilo quantitativo sia sotto quello qualitativo. Nel frattempo, si attende il testo della riforma della Difesa promossa dal ministro Crosetto

Di Riccardo Leoni

La Difesa italiana si appresta a varare la riforma più importante degli ultimi decenni per far fronte ai profondi mutamenti geopolitici e operativi odierni. Mentre del testo della riforma – che il ministro Crosetto intende far presentare alle Camere direttamente dalle Forze armate – non è ancora disponibile alcuna anticipazione,  il capo di Stato maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, intervenendo alla Paris Naval Conference 2026, ha delineato le principali priorità delle forze navali nazionali.

Il fianco Sud e un Mediterraneo più affollato

“Il fianco Sud dell’Alleanza, come sapete, non è un’area particolarmente stabile”, ha affermato Berutti Bergotto, sottolineando come nell’area stiano emergendo nuovi attori mentre altri, già noti, stanno tornando sulla scena. Una dinamica che coinvolge tanto gli attori statali quanto quelli non statali, in un contesto segnato da conflitti di varia natura, inclusi quelli legati alle zone economiche esclusive tra i Paesi rivieraschi. 

Una novità rilevante riguarda la trasformazione qualitativa delle marine nordafricane. “Nell’ultimo anno, gli Stati del Nord Africa si sono presentati come vere e proprie forze navali”, ha evidenziato il capo di Stato maggiore, aggiungendo che alcuni Paesi dispongono oggi di capacità marittime significative. La ragione di queste riconfigurazioni risiede nella centralità strategica del Mediterraneo e dalla sua funzione di “porta d’ingresso europea per il traffico commerciale proveniente dall’Indo-Pacifico”. Un ingresso che – lo si è visto nel caso della crisi del commercio nel Mar Rosso innescata dagli attacchi degli Houthi – rimane vitale per l’economia europea. 

C’è poi il sempre più incalzante tema delle infrastrutture critiche sottomarine – dai cavi di comunicazione ai gasdotti — che passano per i fondali del Mediterraneo. “Circa l’80% dei fondali si trova a profondità inferiori ai 3mila metri”, ricorda l’ammiraglio. Profondità oggi facilmente raggiungibili grazie alla tecnologia moderna e che quindi richiedono un ulteriore adeguamento operativo da parte della Marina. Su questo aspetto, l’ammiraglio si è mostrato ottimista. Grazie ai sensori installati e resi operativi, “ci troviamo oggi in una buona situazione. Abbiamo una buona consapevolezza di ciò che esiste e di ciò che accade”. La chiave del successo, ha ribadito, risiede nei sensori, nelle piattaforme e soprattutto nello scambio di informazioni, un paradigma valido tanto per il Mediterraneo quanto per altri teatri.

La modularità come antidoto all’obsolescenza

Ma è sul tema della cantieristica che l’ammiraglio ha toccato il punto forse più critico. “Quando parliamo di nuove unità, l’elemento cruciale è il tempo di realizzazione”, ha sottolineato, definendo “eccessivamente lungo” il periodo che intercorre tra la progettazione e l’entrata in servizio dei nuovi vascelli. “Cinque o sei anni sono decisamente troppi”, soprattutto considerando minacce che “cambiano quasi quotidianamente”.

Il problema è strutturale, dal momento che le navi vengono progettate per impiegare tecnologie e rispondere a scenari che nel frattempo evolvono, rischiando di risultare superate prima ancora di entrare in servizio. “Quando una nave viene consegnata, ha una vita operativa di circa vent’anni: non possiamo permetterci che dopo un solo anno sia già tecnologicamente superata”, ha avvertito il capo di Stato maggiore. “Sono stato comandante di un cacciatorpediniere e, il primo giorno in cui assunsi il comando, entrando nel centro operativo mi trovai davanti sistemi di controllo del 2010. Questo perché la nave era stata progettata sei anni prima e quella era la tecnologia disponibile all’epoca”. La soluzione ottimale individuata dall’ammiraglio punta sulla modularità e sull’evoluzione continua. L’idea non è modificare il ruolo primario delle unità, ma progettarle – come si usa dire, by design – con la capacità di adattarsi a diversi tipi di missione, ricorrendo a sistemi modulari che consentano di aggiornare le capacità operative e gli armamenti lungo tutto il ciclo di vita della nave. 

La questione del personale

La Marina – forse anche più delle altre Armi – deve fare i conti con le difficoltà derivanti da un organico decisamente sottodimensionato. Tenendo conto del numero di navi in servizio, delle operazioni attive e dei tempi di rotazione per gli equipaggi in rapporto ai teatri operativi in cui operano i vascelli italiani, non stupisce che lo Stato maggiore segnali da tempo la necessità di espandere il personale. 

Tuttavia – in special modo in un Paese che ha un rapporto complesso con il mondo militare –, aumentare il personale in uniforme è più facile a dirsi che a farsi. “L’importanza della missione, purtroppo, non è sufficiente: ci sono anche i costi e le condizioni di vita”, ha spiegato l’ammiraglio, descrivendo un cambio generazionale radicale. “Quando entrai in Marina, ero io a dovermi adattare all’organizzazione. Con le nuove generazioni, invece, è l’organizzazione che deve adattarsi a loro”.

Le nuove leve vogliono essere professionali e ben addestrate, ma chiedono anche tempo per sé e benessere, un equilibrio che richiede investimenti e adattamenti organizzativi. Le differenze territoriali, come tra Sud e Nord Italia, impongono inoltre di garantire servizi collaterali adeguati quando si chiede al personale di trasferirsi. “So che negli Stati Uniti esistono sistemi di supporto sociale avanzati. Credo che anche noi dobbiamo lavorare in questa direzione: è l’unico modo per trattenere il personale”.

Il termine “trattenere” non viene usato a caso. Il problema dei numeri infatti si acuisce per i profili più qualificati, i quali sono pochi e molto richiesti, non solo dalle Forze armate. “È stato relativamente facile per l’industria attrarli: lasciare la Marina, raddoppiare lo stipendio e lavorare senza rischi”, ha sintetizzato l’ammiraglio, definendo questa emorragia di competenze “una delle principali sfide che stiamo affrontando oggi”.

FONTE: Formiche.net

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