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Parigi dice addio a Teams: la Francia accelera sulla sovranità digitale

4 Febbraio 2026

Un interessante articolo di approfondimento dal sito Difesa on line su un argomento di attualità a cura di Claudio Verzola

La decisione del governo francese di sostituire le piattaforme americane di videoconferenza con la soluzione sovrana Visio segna un punto di svolta nella strategia europea di autonomia tecnologica. Le implicazioni per la sicurezza nazionale e le lezioni,  ancora inascoltate,  per l’Italia.

C’è un momento preciso in cui uno slogan smette di essere tale e diventa politica industriale. Per la sovranità digitale europea, quel momento è arrivato il 26 gennaio 2026, quando il Ministro francese della Funzione Pubblica e della Riforma dello Stato, David Amiel, ha annunciato la sostituzione integrale di Microsoft Teams, Zoom, Webex, Google Meet e GoTo Meeting all’interno dell’amministrazione pubblica transalpina. Al loro posto, una piattaforma unica, sviluppata in casa: si chiama Visio, è open source, ed è ospitata su infrastruttura cloud interamente francese. Entro il 2027, duecentomila funzionari pubblici dovranno averla adottata come strumento esclusivo per le videoconferenze di Stato.

Non si tratta di un annuncio programmatico, di quelli che si perdono nei meandri della burocrazia comunitaria. I numeri parlano chiaro: quarantamila utenti già attivi dopo un anno di sperimentazione, il CNRS,  il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica, con trentaquattromila dipendenti e centoventimila ricercatori associati,  che chiuderà i contratti con Zoom entro la fine di marzo 2026. E poi la Direzione Generale delle Finanze Pubbliche, l’Assurance Maladie, il sistema sanitario nazionale. Ma il dato che più dovrebbe far riflettere chi si occupa di difesa e sicurezza è un altro: tra le prime istituzioni a migrare su Visio, nel primo trimestre di quest’anno, c’è il Ministero delle Forze Armate.

Le parole di Amiel non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche: «Non possiamo rischiare che i nostri scambi scientifici, i nostri dati sensibili e le nostre innovazioni strategiche siano esposti ad attori non europei. La sovranità digitale è al tempo stesso un imperativo per i nostri servizi pubblici e un’assicurazione contro le minacce future». Chi conosce il lessico istituzionale francese sa che quando Parigi usa il termine “imperativo” non sta facendo retorica.

Il nodo sicurezza: quando il CLOUD Act diventa un problema di difesa nazionale

Per comprendere la portata di questa decisione, bisogna partire da un elemento giuridico che in Italia viene ancora largamente sottovalutato nel dibattito pubblico: il CLOUD Act statunitense del 2018. Questa legge federale consente alle autorità americane di richiedere,  e ottenere,  l’accesso ai dati gestiti da aziende statunitensi indipendentemente dalla localizzazione fisica dei server che li ospitano. In termini concreti, significa che ogni documento condiviso su Teams, ogni videoconferenza registrata su Zoom, ogni file caricato su OneDrive da un funzionario pubblico europeo è potenzialmente accessibile alle agenzie di intelligence statunitensi, anche se il server si trova materialmente a Francoforte o a Milano.

Non è un rischio teorico. Nel 2025, un episodio ha fatto scuola nelle cancellerie europee: il procuratore capo della Corte Penale Internazionale dell’Aia, Karim Khan, si è visto temporaneamente bloccare l’accesso al proprio account di posta elettronica Outlook,  gestito da Microsoft,  in concomitanza con l’imposizione di sanzioni statunitensi nei suoi confronti. Microsoft ha negato un collegamento diretto, ma il danno in termini di percezione è stato devastante. Se la piattaforma di comunicazione del massimo organo giudiziario internazionale può diventare ostaggio di dinamiche geopolitiche, cosa accade ai dati classificati o sensibili che transitano quotidianamente sulle piattaforme americane utilizzate dai governi europei?

La Francia ha risposto a questa domanda con i fatti. Visio è ospitata sui data center di Outscale, filiale di Dassault Systèmes,  un dettaglio tutt’altro che secondario: parliamo di un gruppo industriale che è pilastro dell’industria della difesa francese,  e ha ottenuto la certificazione SecNumCloud dall’ANSSI, l’agenzia nazionale per la sicurezza dei sistemi informativi. Tale certificazione garantisce che i dati restino sul suolo francese e non siano soggetti a giurisdizioni extraterritoriali. Non è solo una questione tecnica: è un atto di sovranità.

Non solo videoconferenze: l’ecosistema completo della Suite Numérique

Sarebbe riduttivo leggere la vicenda Visio come un semplice cambio di fornitore per le videochiamate. La piattaforma è il tassello più visibile di un progetto assai più ampio che la DINUM,  la Direzione Interministeriale del Digitale, la struttura che in Francia svolge il ruolo che da noi è frammentato tra AgID, Dipartimento per la trasformazione digitale e vari uffici ministeriali,  sta costruendo da oltre due anni: la Suite Numérique.

Si tratta di un ecosistema digitale sovrano composto da sei componenti principali: oltre a Visio per le videoconferenze, comprende Tchap, una messaggistica istantanea sicura basata sul protocollo open source Matrix, che conta già 375.000 utenti attivi mensili e che dal settembre 2025 è stata resa obbligatoria per tutti i ministeri in sostituzione di WhatsApp e Telegram. C’è poi Doc per l’editing collaborativo dei documenti, Fichiers per l’archiviazione, Grist per la gestione strutturata dei dati,  una sorta di alternativa sovrana ai fogli di calcolo condivisi,  e un Assistente basato sull’intelligenza artificiale, sviluppato in collaborazione con Mistral AI, attualmente in fase di test con diecimila agenti e il cui dispiegamento operativo è previsto per il 2026.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, Visio integra un sistema di trascrizione automatica con diarizzazione,  ovvero il riconoscimento e la separazione dei diversi interlocutori,  sviluppato dalla startup francese Pyannote. Per l’estate del 2026 è prevista l’aggiunta dei sottotitoli in tempo reale, grazie alla tecnologia del laboratorio Kyutai, finanziato con circa trecento milioni di euro da investitori del calibro di Xavier Niel e Rodolphe Saadé. Tutto rigorosamente francese, tutto rigorosamente ospitato in Francia.

La filosofia è chiara: non basta avere il data center sovrano se poi i funzionari continuano a usare Gmail per la posta, Slack per la messaggistica e Google Drive per i documenti. La sovranità digitale,  quella vera,  richiede un ecosistema applicativo completo che copra l’intera catena del lavoro collaborativo. La Francia lo sta costruendo. E non lo sta facendo da sola.

L’effetto domino europeo: dalla Germania all’Austria, il fronte si allarga

Quello che sta accadendo in Europa ha i contorni di un movimento tettonico, lento ma inesorabile. Il caso francese è il più eclatante per dimensioni e ambizione, ma non è isolato.

In Germania, il Land dello Schleswig-Holstein,  la regione più settentrionale del paese,  ha portato a termine una migrazione che molti ritenevano impossibile: la sostituzione dell’intera suite Microsoft con alternative open source per trentamila postazioni di lavoro governative. LibreOffice al posto di Word ed Excel, Thunderbird al posto di Outlook, Linux al posto di Windows. Il risultato? Quindici milioni di euro risparmiati ogni anno, con la cancellazione di circa il settanta per cento delle licenze Microsoft. Il Ministro per la Trasformazione Digitale, Dirk Schrödter, ha parlato di «pietra miliare per la sovranità digitale nel paese».

L’Austria non è da meno. Il Ministero dell’Economia ha completato in soli quattro mesi la migrazione a Nextcloud, una piattaforma open source europea, e altri ministeri stanno seguendo lo stesso percorso. Il responsabile della sicurezza informatica del dicastero ha dichiarato senza mezzi termini che la motivazione non era il risparmio economico, ma «il mantenimento del controllo sui propri dati e sui propri sistemi». La Danimarca ha avviato il passaggio a LibreOffice nel Ministero degli Affari Digitali. La Svizzera è andata oltre: le autorità per la protezione dei dati hanno dichiarato i servizi cloud internazionali inadeguati per il trattamento dei dati personali.

Il 22 gennaio 2026, il Parlamento Europeo ha adottato un rapporto,  non vincolante, ma politicamente significativo,  che chiede alla Commissione di identificare le aree in cui l’Unione deve ridurre la propria dipendenza da fornitori tecnologici esteri. Il futuro Cloud and AI Development Act dovrebbe tradurre queste indicazioni in normativa cogente. E vale la pena ricordare un dato che circola con insistenza negli ambienti di Bruxelles: secondo le stime della Eurostack Foundation, il novanta per cento dell’infrastruttura digitale europea,  cloud, calcolo, software,  è oggi controllata da aziende non europee, in larga misura americane. Un livello di dipendenza che, in qualsiasi altro settore strategico, sarebbe considerato inaccettabile.

Un elemento particolarmente interessante, e poco noto, riguarda la dimensione collaborativa di questo sforzo. Il codice sorgente della Suite Numérique francese è interamente pubblicato su GitHub sotto licenza MIT, e il progetto coinvolge esplicitamente una cooperazione con Germania, Paesi Bassi e Italia per la costruzione di quelli che vengono definiti “beni comuni digitali europei”. È un segnale che non dovrebbe passare inosservato a Roma.

Il fattore economico: la sovranità che fa quadrare i conti

L’argomento securitario è quello più nobile e politicamente spendibile, ma la Francia non ha trascurato la dimensione economica della transizione. Le stime ufficiali del governo parlano di un risparmio di circa un milione di euro all’anno ogni centomila utenti che migrano da soluzioni commerciali a Visio. Per duecentomila funzionari, il calcolo è immediato: due milioni di euro annui che non finiscono più nelle casse dei colossi della Silicon Valley.

Ma il risparmio sulle licenze è solo la superficie. Il vero costo nascosto delle piattaforme americane, come ha sottolineato lo stesso Ministro Amiel, è la frammentazione. Quando un ministero usa Teams, un altro Zoom, un terzo Webex e un quarto GoTo Meeting, l’interoperabilità diventa un incubo, la cooperazione interministeriale si complica, e ogni dicastero finisce per costruire il proprio piccolo ecosistema digitale autonomo e impermeabile. Il costo organizzativo di questa babele è difficile da quantificare, ma chi lavora nella pubblica amministrazione,  in Francia come in Italia,  lo conosce bene.

E l’Italia? Il Polo Strategico Nazionale c’è, ma manca tutto il resto

È qui che il discorso si fa,  inevitabilmente,  più scomodo per chi guarda la situazione da Roma. L’Italia non è rimasta completamente ferma sul fronte della sovranità digitale infrastrutturale. Il Polo Strategico Nazionale, la società partecipata da TIM, Leonardo, CDP Equity e Sogei, è operativo con i suoi quattro data center tra Lazio e Lombardia. L’obiettivo del PNRR,  portare il settantacinque per cento delle pubbliche amministrazioni italiane su servizi cloud entro il 2026,  è ambizioso e, almeno sulla carta, in linea con la traiettoria europea.

Tuttavia, quello che la Francia sta dimostrando con la Suite Numérique è che l’infrastruttura è una condizione necessaria ma non sufficiente. Avere data center sovrani è fondamentale, ma se sopra quei data center i funzionari continuano a utilizzare Teams per le riunioni, Outlook per la posta, Google Drive per i documenti e WhatsApp per la messaggistica informale, la sovranità digitale resta un’astrazione. I dati transitano comunque attraverso piattaforme soggette al CLOUD Act, i metadati delle comunicazioni finiscono comunque su server controllati da aziende americane, e la dipendenza funzionale dal fornitore estero resta intatta.

L’Italia non dispone, ad oggi, di un equivalente della Suite Numérique. Non esiste un “Visio italiano” per le videoconferenze della pubblica amministrazione, non esiste un “Tchap italiano” per la messaggistica sicura dei ministeri, non esiste un ecosistema applicativo sovrano e integrato che possa sostituire le suite americane nel lavoro quotidiano dei funzionari pubblici. Il Polo Strategico Nazionale è il contenitore; ma il contenuto,  gli strumenti che i dipendenti pubblici usano ogni giorno,  resta quasi interamente in mano a Microsoft e Google.

C’è poi un aspetto che dovrebbe preoccupare particolarmente il comparto difesa e sicurezza. Se il Ministero delle Forze Armate francese migra su Visio nel primo trimestre del 2026, la domanda legittima è: su quale piattaforma si svolgono oggi le videoconferenze non classificate,  ma pur sempre sensibili,  del nostro Ministero della Difesa? E quelle delle prefetture, della Polizia di Stato, dei Carabinieri, dei servizi di informazione quando comunicano su canali non riservati? La risposta, con ogni probabilità, coinvolge piattaforme soggette alla giurisdizione statunitense.

L’Italia è peraltro esplicitamente menzionata tra i paesi partner nel progetto europeo di “beni comuni digitali” promosso dalla DINUM francese, insieme a Germania e Paesi Bassi. Questo significa che il tavolo è già apparecchiato, che la collaborazione è stata avviata: basterebbe investire risorse adeguate e volontà politica per accelerare il percorso. Leonardo, che è partner del PSN e conosce bene le esigenze del comparto difesa, potrebbe giocare un ruolo analogo a quello che Dassault Systèmes,  attraverso Outscale,  sta svolgendo in Francia: fornire l’infrastruttura cloud certificata su cui costruire un ecosistema applicativo sovrano.

La pubblica amministrazione italiana si troverebbe inoltre a beneficiare,  esattamente come quella francese,  del risparmio economico derivante dall’abbandono delle licenze commerciali. In un contesto di finanza pubblica dove ogni margine di razionalizzazione della spesa corrente è prezioso, l’eliminazione di centinaia di migliaia di licenze Teams, Zoom e Google Workspace a favore di soluzioni open source ospitate sul Polo Strategico Nazionale rappresenterebbe non solo un atto di coerenza strategica, ma anche una scelta di buon governo. Senza contare che la migrazione verso strumenti unici e interoperabili risolverebbe quel problema di frammentazione tra piattaforme diverse che anche nelle nostre amministrazioni genera costi nascosti, inefficienze operative e,  soprattutto,  falle di sicurezza.

Il 2026 come anno-spartiacque

Il quadro che emerge è ormai nitido. La sovranità digitale europea non è più un concetto da dibattito accademico o da convegno sul GDPR. È diventata politica industriale, strategia di difesa, scelta di bilancio. La Francia lo ha capito prima degli altri e sta agendo con una coerenza e una velocità di esecuzione che meritano attenzione.

Il coinvolgimento diretto dell’industria della difesa,  Dassault Systèmes che fornisce l’infrastruttura cloud attraverso Outscale, le startup dell’ecosistema francese che sviluppano i moduli di intelligenza artificiale,  disegna un modello di integrazione civile-militare che l’Italia potrebbe replicare con le proprie risorse industriali. Il tessuto c’è: Leonardo, Sogei, l’ecosistema delle piccole e medie imprese della cybersicurezza che ruota intorno all’ACN. Quello che manca è il progetto politico che tenga insieme i pezzi.

Il Ministro Amiel ha usato un’espressione che vale la pena trattenere: la Francia vuole “disintossicarsi” dalla tecnologia americana. Il termine è volutamente forte, quasi clinico. Evoca una dipendenza patologica da cui ci si deve liberare con un percorso strutturato e la consapevolezza che la ricaduta è sempre in agguato. L’Europa nel suo complesso,  e l’Italia in particolare,  dovrebbe chiedersi quanto sia avanzato il proprio grado di dipendenza e se non sia il caso di iniziare la cura prima che il paziente non sia più in condizioni di scegliere.

Perché c’è un elemento che rende il 2026 diverso da tutti gli anni precedenti: le tensioni transatlantiche non sono più una variabile remota. L’idea che un’alleanza tecnologica con Washington sia per definizione stabile e irreversibile è stata smentita dai fatti. E quando un alleato storico come la Francia decide che i propri scambi scientifici, le comunicazioni del Ministero della Difesa e i dati sanitari dei cittadini non possono più transitare su piattaforme soggette alla giurisdizione di un paese terzo,  per quanto amico,  il segnale è inequivocabile.

Roma farebbe bene ad ascoltarlo.

FONTE: Difesa on line

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