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Sicurezza marittima in mar Rosso, sta cambiando qualcosa?

7 Giugno 2025

Dal sito Ocean4Future un approfondimento a cura di Andrea Mucedola

In questi ultimi dodici mesi vi è stato un incremento degli attacchi degli Houthi ai mercantili in rotta verso l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo che ha causato una riduzione significativa del traffico dirottato intorno all’Africa. Ciò ha comportato un aumento dei costi sia assicurativi che di trasporto delle merci. Fino ad oggi la reazione occidentale, in particolare degli Stati Uniti e i loro alleati, è stata un insieme di azioni difensive e talvolta dissuasive per fermare all’origine il lancio di missili balistici e droni contro le navi in transito. I recenti accordi in Oman sembrano voler dare una speranza ma, al di là della propaganda, cosa sta succedendo?

Sebbene nel 2025 non ci siano stati attacchi diretti alle navi mercantili, gli armatori continuano a tenersi alla larga dal Mar Rosso ed il numero di navi che evitano il Mar Rosso quest’anno è effettivamente aumentato, in particolare nel settore petrolifero e del carico sfusi. Inoltre, il traffico di container ha continuato a diminuire con lo stesso rapporto  del 2024, cioè circa il 90% dei viaggi effettuati nel 2023, così come per le gasiere di Gnl e Gpl (80% e 74%). Una situazione insostenibile che nell’ultimo periodo aveva portato ad un incremento degli attacchi statunitensi sulle posizioni missilistiche e militari in Yemen. Il recente annuncio del cessate il fuoco ai colloqui in Oman è stato seguito dalla dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di aver ordinato di cessare i bombardamenti contro gli Houthi a seguito dell’accettazione da parte degli Houthi di non colpire più le navi in transito nel Mar Rosso (almeno di quelle legate in qualche modo ad Israele). Ma è veramente così?

Facciamo un passo indietro

Gli attacchi degli Houthi, nel 2024, tra cui l’affondamento della nave cargo “Rubimar” ed il grave danneggiamento della nave battente bandiera delle Barbados “Real Confidence” avevano dimostrano che nessuna opzione puramente difensiva era sufficiente a contrastare gli attacchi effettuati con armi sempre più diversificate come droni sottomarini ed a controllo remoto di probabile costruzione iraniana. Secondo l’Abg Sundal Collier, nel 2024, gli arrivi nel Golfo di Aden erano scesi del 72% rispetto alla media del 2023, riducendo gli attraversamenti del Mar Rosso a meno della metà del numero di due anni fa (circa 500 a settimana). La complessità di intervento chirurgico sulle aree portò la coalizione USA-Regno Unito a colpire la rete di rifornimento iraniana, in accordo con la risoluzione 2216 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, al fine di indebolire la via di approvvigionamento logistico degli Houthi. Un’azione combinata intesa distruggere le piattaforme di lancio ed interrompere il flusso di informazioni utilizzato dai ribelli per colpire le navi commerciali, come l’attacco informatico contro la nave iraniana “Behshad” accusata di fornire informazioni di targeting alle piattaforme di lancio degli Houthi. All’azione militare si era unita quella diplomatica con la richiesta britannica all’Iran di usare la sua influenza per fermare gli attacchi marittimi, in sostegno ai colloqui statunitensi in Oman, purtroppo per molto tempo senza risultati tangibili a causa della chiusura di Teheran al dialogo. In parallelo l’azione dell’Unione Europea a sostegno dell’inviato del Segretario Generale delle Nazioni Unite in Yemen al fine di raggiungere un accordo per la cessazione degli attacchi in Mar Rosso.

Un’immagine pubblicata dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) il 23 febbraio 2024 mostra la M/V Rubymar, una nave portarinfuse battente bandiera del Belize e di proprietà britannica, che perde petrolio nel Golfo di Aden dopo aver subito gravi danni in seguito a un attacco degli Houthi sostenuti dall’Iran il 18 febbraio, che ha causato una macchia di petrolio lunga 18 miglia. (CENTCOM) M/V Rubymar oil spill.jpg – Wikimedia Commons

Se da un lato gruppi navali occidentali avevano collaborato in sinergia con le TF statunitensi, altri Paesi, ovviamente non allineati, si erano dislocati nell’area mantenendosi a distanza, come la Cina che, pur essendo interessata a mantenere aperta la navigazione attraverso il Mar Rosso, aveva preferito non schierarsi apertamente, limitandosi a rafforzare il suo dispositivo nel Golfo di Aden nella sua base militare avanzata di Gibuti. Un chiaro messaggio politico, certamente non indolore considerando che ogni anno il commercio marittimo cinese muove beni per 120 miliardi di dollari (importazioni) e 160 miliardi (esportazioni) attraverso Bab al-Mandab, un quantitativo non certo trascurabile del commercio globale cinese. Analogamente l’India, il cui 90% delle merci sia in arrivo che in partenza transita nel Mar Rosso, ha dislocato navi da guerra nel Golfo di Aden, mantenendole al largo per non essere coinvolte in azioni belliche. Nonostante tutti gli sforzi, la situazione sembrava quindi poco gestibile, complicata dalla situazione nella striscia di Gaza e dalle azioni proxy dei gruppi filo iraniani.

L’attacco degli Houthi al Truman Strike Group la sera del 15 marzo 2024 è stato forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso. In risposta diretta al massiccio pacchetto di attacchi statunitensi scatenato quella mattina, gli Houthi hanno lanciato una massiccia raffica di missili contro il gruppo d’attacco a partire dalle sei di sera, tutti neutralizzati pesantemente. Le Forze americane hanno effettuato una settimana di bombardamenti su posizioni Houthis, cosa che , secondo il Presidente Trump, li ha convinti a desistere e firmare un cessate il fuoco.

Errori di valutazione?

Si sarebbe potuto fare qualcosa di più? A posteriori tutto sembra più chiaro e semplice ma con il senno del poi ci sono alcuni aspetti da evidenziare. L’Occidente, e in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna, hanno forse aspettato troppo prima di intervenire nell’area, a volte ignorando gli appelli degli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) che avevano a lungo sottolineato il pericolo degli attacchi degli Houthi e delle mine navali da loro posate che ponevano un rischio al traffico mercantile e alla stabilità della regione. Questo è avvenuto anche quando gli Houthi avevano iniziato a colpire navi commerciali e militari saudite e degli Emirati Arabi Uniti e, occasionalmente, infrastrutture energetiche saudite. Alcune perplessità sulla decisionalità occidentale erano emerse nel 2018 quando alcune potenze occidentali avevano fatto pressione per fermare un’operazione militare condotta dal governo yemenita e dai suoi alleati per espellere gli Houthi da Hodeida, il governatorato costiero divenuto poi famoso per essere il luogo da dove gran parte delle loro azioni contro il libero traffico marittimo sono ora perpetuate. Errori di valutazione che si sono poi ripercossi nella impossibilità di utilizzare le basi militari nei paesi regionali del Golfo per condurre le operazioni contro gli Houthi. La Royal Air Force britannica, ad esempio, per effettuare gli attacchi in Yemen ha dovuto utilizzare la sua base militare a Cipro quando sarebbe stato più semplice e conveniente farli partire dalla sua base nel Sultanato dell’Oman. Un altro fattore che ha limitato/limita la volontà di intervento in Yemen è la differenza delle posizioni delle principali potenze europee verso la politica israeliana per quello che viene sempre più descritto com un genocidio contro i civili palestinesi, che si scontra con il pieno sostegno degli Stati Uniti. In altre parole buona parte dei paesi europei non vogliono essere percepiti come sostenitori di questi crimini, preferendo operare indipendentemente a protezione del proprio traffico mercantile o, come per la Spagna, annunciando la loro partecipazione anche all’operazione di sicurezza marittima “EURONAVFOR ASPIDES” dell’UE che ha solo il compito di “ripristinare e mantenere la libertà di navigazione” nel Mar Rosso e nel Golfo Arabico, di fatto solo difensivo e che esclude attacchi sulla terraferma yemenita. A seguito delle sempre più discutibili azioni israeliane nella striscia di Gaza, l’approccio occidentale è stato quindi diviso, più inteso ad evitare un’escalation nella regione che a risolvere il problema della sicurezza marittima in mar Rosso …  cosa che è stata inizialmente interpretata dagli Houthi come un segno di debolezza occidentale. All’indecisione politica si è aggiunta una sottovalutazione da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna delle capacità offensive degli Houthi e sulla loro capacità di alimentazione di materiale bellico.

In sintesi, un insieme di indecisione e minimizzazione del rischio che ha portato alla riduzione del traffico mercantile con gravi danni per le economie occidentali, poi recentemente culminata con quegli attacchi anglo-americani in profondità che, secondo Trump, hanno convinto l’inutilità da parte degli Houthi di continuare le loro azioni.

Che sia vero o no lo vedremo presto. Sebbene non sia certo che le azioni contro il traffico mercantile siano terminate grazie all’azione combinata statunitense e inglese, l’accettazione del cessate il fuoco da parte degli Houthi sembra non risolvere completamente il problema marittimo. Durante i negoziati in Oman, il 6 maggio 2025, si è raggiunto un accordo tra gli Stati Uniti e il movimento Houthi in Yemen che di fatto fa interrompere solo gli attacchi contro le navi statunitensi, ma non contro tutte le navi mercantili in transito nel Mar Rosso, in quanto è stato sottolineato che non si applica in “alcun modo, forma o aspetto” ad Israele e ai suoi alleati. Volendo essere ottimisti, la “debacle” di Hamas ha reso non costo efficace il continuare a colpire obiettivi navali (che indeboliscono tutti, compresi Paesi vicini all’Iran, il maggiore contributore di materiale bellico dei ribelli yemeniti) per cui si tratterebbe solo di una tregua di comodo. Di fatto la storia degli Houthi ci dice il contrario e potrebbero ricercare nuove giustificazioni per riprendere a minacciare la navigazione marittima per ottenere vantaggi regionali. In pratica non sembra essere cambiato nulla, il traffico mercantile continua ancora a ritmo ridotto (vedi immagine traffico AIS).

Secondo alcune dichiarazioni ufficiali del U.S. Military Central Command la campagna avrebbe dovuto continuare per almeno otto mesi, con un graduale passaggio ad attacchi più mirati rispetto a quelli più ampi svolti nelle prime settimane. Inoltre i bombardamenti, costati ben oltre un miliardo di dollari, hanno ucciso un numero significativo di combattenti Houthi di medio livello e distrutto diverse strutture di comando, sistemi di difesa aerea, impianti di produzione e stoccaggio di armi tra cui scorte di missili balistici antinave e missili da crociera, droni aerei e navali. Ma gli attacchi non hanno però interrotto le linee di rifornimento degli Houthi né logorato i vertici, per cui il proxy potrebbe riprendersi rapidamente.

Forse ci si aspettava qualcosa di più, ovvero una posizione più decisa degli Stati Uniti per difendere il principio di protezione della navigazione, che non può essere in alcun modo minacciata da un gruppo armato. Un messaggio deciso che sarebbe stato indirettamente lanciato anche alla Russia per le sue eventuali azioni nel mar Nero e nell’Atlantico, e alla Cina nel Mar Cinese Meridionale. La questione è complessa e di fatto non sembra cambiare il disequilibrio attuale con gli Houthi che continuano a controllare la capitale yemenita, Sana’a, con il sostegno continuo dall’Iran di cui sono un proxy, e che rimarranno comunque una minaccia per la navigazione internazionale. L’indebolimento di Hamas e degli Hezbollah li ha di fatto promossi come fazione chiave in qualsiasi futuro negoziato politico per la condivisione del potere regionale in una regione caratterizzata da choke point vitali per le economie occidentali. Questo comporterà che gli operatori delle principali compagnie di shipping probabilmente non torneranno ad utilizzare la rotta del Mar Rosso per molto tempo e noi pagheremo i costi aggiuntivi di tragitti più lunghi per mare. Tanto rumore per nulla – disse qualcuno – e di fatto continueremo a pagare il frutto di errori accumulati in un nuovo ordine mondiale che è ancora molto lontano da definire.

Andrea Mucedola

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo


Andrea Mucedola

Ammiraglio della Marina Militare Italiana (riserva), è laureato in Scienze Marittime della Difesa presso l’Università di Pisa ed in Scienze Politiche cum laude all’Università di Trieste. Analista di Maritime Security, collabora con numerosi Centri di studi e analisi geopolitici italiani ed internazionali. È docente di cartografia e geodesia applicata ai rilievi in mare presso l’I.S.S.D.. Nel 2019, ha ricevuto il Tridente d’oro dell’Accademia delle Scienze e Tecniche Subacquee per la divulgazione della cultura del mare. Fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Atlantide e della Scuola internazionale Subacquei scientifici (ISSD – AIOSS).

FONTE: Ocean4Future

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