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Plastica: non aspettare che qualcuno risolva il problema, sii protagonista del tuo futuro

17 Ottobre 2025

Torniamo sull’argomento con un articolo dal sito Ocean4Future a cura di Andrea Mucedola

Ormai è risaputo, gli oceani del pianeta sono diventati un enorme bidone di rifiuti per ogni tipo di plastica. Sebbene i problemi ambientali associati all’inquinamento plastico sono sotto gli occhi di tutti, le azioni per mitigare questo inquinamento sono ancora limitate e lasciate all’iniziativa di volontari. In realtà ci sono impegni politici e programmi europei per ridurre gli impatti ma i risultati sono limitati. Ancora si buttano a terra cicche di sigarette (fonti di inquinamento pericolosissime per la la quantità di tossine contenute) e, dispositivi sanitari.  E’ stato valutato che circa il 10% di tutti i rifiuti solidi è composto da macro e micro plastiche, ma oltre l’80% dei rifiuti che vengono in qualche maniera abbandonati contengono in qualche percentuale plastiche.

Il successo di questi materiali è legato alle loro caratteristiche, ancor oggi uniche. Sono economici, leggeri, resistenti alla corrosione e con elevate proprietà di isolamento termico ed elettrico. Questa versatilità ha di fatto rivoluzionato la nostra vita. Hanno anche contribuito alla nostra salute e sicurezza, basti pensare il grande impiego nel mondo della sanità, nella distribuzione dell’acqua potabile, nel confezionamento asettico degli alimenti.
A questi indubbi vantaggi vanno aggiunti gli aspetti economici con spese minori in termini di trasporto dei beni. Non sorprende che, con una popolazione in continua espansione e il nostro standard di vita in continuo miglioramento, la produzione di plastica sia aumentata da 0,5 a 260 milioni di tonnellate all’anno dal 1950, necessitando oggi oltre l’8% della produzione mondiale di petrolio.

E pensiamo che negli anni ’60 meno dell’1% dei nostri rifiuti era composto di plastica questa evoluzione, o devoluzione, è stata importante. I problemi fondamentali sono legati alla gestione dei rifiuti. Non tutte le plastiche sono infatti riciclabili ed i tempi di biodegrabilità possono arrivare a millenni. Inoltre, il loro uso è ancora legato a periodi di vita relativamente brevi; pensiamo alle stoviglie monouso, alle bottiglie di PET per le bevande e ad altri prodotti a vita breve che vengono eliminati definitivamente entro un anno dalla produzione. Una percentuale significativa è quella composta dalle buste di plastica. E’ stato calcolato che una percentuale dello 0,3 % della produzione di plastica finisce nell’oceano dove, grazie alla loro leggerezza e durabilità, galleggiano fino a quando per motivi fisici o chimici si rompono in pezzi sempre più piccoli così “che possono essere consumati dal più piccolo animale marino alla base della rete alimentare“, secondo quanto menzionato già nel 2009 da un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP 2009).

Gli ambienti marini salini e l’effetto di raffreddamento del mare allungano i tempi di biodegradabilità e la persistenza di detriti di plastica è fortemente dimostrata dal fatto che ritroviamo plastica dall’Artico alle profondità delle fosse delle Marianne. Le grandi correnti oceaniche convogliano questi ammassi in vortici infernali dove la vita lentamente scompare, creando di fatto delle zone morte. La galleggiabilità di molti materiali plastici comporta che possono essere trasportati facilmente dalle correnti oceaniche attraverso i bacini oceanici. Tale inquinamento si estende dai poli all’equatore fino alle isole più remote.

Anche nel mar Mediterraneo sono state ritrovate aree marine con un’alta densità di rifiuti plastici; in quelle aree il rapporto plastica plancton è di 6 a 1. La quantità è tale da rendere improbabile la possibilità di raccoglierla per poi poterla gestire a terra. Poco probabile ma non impossibile. Iniziative sono sorte in tutto il mondo in una lotta contro il tempo che vede privati, associazioni e consorzi uniti per contenere tale emergenza.
L’impatto sulla vita marina è drammatico. I corpi di quasi tutte le specie marine (ma non solo visto che anche noi umani non siamo esenti da questo pericolo), di dimensioni variabili, dal plancton ai mammiferi marini, ora contengono plastica. Il sessanta per cento delle reti utilizzate per il campionamento del plancton di superficie nell’Oceano Atlantico occidentale e nei Caraibi occidentali dal 1986 al 2008 contenevano detriti di plastica di diverse dimensioni.

Le materie plastiche sono state ritrovate nei nidi degli uccelli o sono indossati dai granchi eremiti al posto delle conchiglie, sono presenti negli stomaci delle tartarughe, dei cetacei e degli uccelli marini. Oltre la pericolo di ingestione esiste anche quello di intrappolamento che porta questi animali a sicura morte dopo conseguenti riduzioni del movimento e della capacità di alimentazione, e lacerazioni, ulcere e morte.

Che cosa fare?

Il fattore tempo è fondamentale. Non possiamo continuare a indignarci e nello stesso tempo continuare a comportarci in maniera non virtuosa. Si ritiene necessario agire sulle cause, attraverso un’educazione ambientale obbligatoria in tutte le scuole di ogni ordine e grado per i cittadini del III millennio, ma non solo. L’educazione deve essere perpetuata nei Circoli, Associazioni sportive e nei luoghi di comunione. In contemporanea, va svolto da parte delle Forze preposte uno sforzo congiunto per reprimere severamente comportamenti, che possiamo definire criminali, da parte di coloro che volontariamente abbandonano i rifiuti senza pensare al futuro delle nuove generazioni. Se da un lato è un fattore generazionale,  e vogliamo sperare che le prossime generazioni saranno migliori, ci dobbiamo domandare se saranno ancora in tempo per sopravvivere?

Basta poco per creare un nuovo futuro.

Photo credit Andrea Mucedola


Redazione OCEAN4FUTURE

E’ composta da oltre 60 collaboratori che lavorano in smart working, selezionati tra esperti di settore di diverse discipline. Hanno il compito di  selezionare argomenti di particolare interesse, redigendo articoli basati su studi recenti. I contenuti degli stessi restano di responsabilità degli autori che sono ovviamente sempre citati. Eventuali quesiti possono essere inviati alla Redazione (infoocean4future@gmail.com) che, quando possibile, provvederà ad inoltrarli agli Autori.

FONTE: Ocean4Future

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