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La storia della Atlantis: incrociatori corsari tedeschi nella seconda guerra mondiale

4 Gennaio 2026

Ancora perle di storia dal sito Ocean4Future

Durante la II guerra mondiale, la marina da guerra tedesca impiegò navi corsare negli oceani per affondare le navi mercantili alleate e per compiti di supporto ai sommergibili. Raccontiamo oggi la storia di una di esse, l’incrociatore ausiliario Atlantis, forse la nave corsara tedesca più famosa che passò alla storia insieme al suo valoroso comandante Bernhard Rogge (4 novembre 1899 – 29 giugno 1982).

La nave corsara Atlantis, incrociatore ausiliario della Kriegsmarine – autore S.W.Roskill
Hilfskreuzer Atlantis.jpg – Wikimedia Commons

L’Atlantis era un incrociatore ausiliario della Kriegsmarine che trovò impiego come nave corsara durante la seconda guerra mondiale. Era conosciuto come HSK  (Hilfskreuzer ovvero incrociatore ausiliario) e fu denominata “Raider-C” dall’Ammiragliato inglese. Durante la seconda guerra mondiale venne impiegato con successo nella guerra di corsa affondando o catturando ben 22 navi per un totale di 144 384 di tonnellate. L’Atlantis, al rientro della sua missione, venne intercettato ed  affondato il 22 novembre 1941 dall’incrociatore inglese HMS Devonshire.

Raccontiamo ora la sua straordinaria storia

Il distintivo degli equipaggi delle navi corsare

L’obiettivo principale di una nave corsara era di attaccare il naviglio mercantile nemico, avvicinandosi all’avversario sotto mentite spoglie, ed alzando all’ultimo momento  la bandiera da guerra. Solo allora venivano mostrate  le armi per coglierlo di sorpresa e costringerlo alla resa. Ovviamente i bersagli erano le navi mercantili e venivano evitati gli scontri  contro le navi da guerra. Questo tipo di navi avevano anche lo scopo di rifornire in mare il naviglio militare  sia di superficie che subacqueo. Atlantis detenne il record della più lunga permanenza in mare di tutte le unità navali corsare tedesche impiegate in entrambe le guerre mondiali, ed ebbe un impatto significativo sulle operazioni militari nell’estremo oriente. Tra le sue prede più prestigiose fu la cattura del piroscafo inglese SS Automedon che trasportava importanti documenti segreti. La nave mercantile fu intercettata al largo di Sumatra, catturata e quindi affondata. Durante l’ispezione a bordo furono ritrovati 15 borse di documenti Top Secret del British Far East Command e codici di cifratura. Si ritiene che la sua cattura ebbe un ruolo importante nella decisione giapponese di entrare nella Seconda Guerra Mondiale.

Il successo dell’Atlantis, in termini di tonnellaggio nemico affondato, fu secondo solo ad un’altra nave corsara, il Pinguin (HSK 5 o Raider F) – nella foto il Pinguin in Indian Ocean 1941 – Fonti
https://www.awm.gov.au/collection/C305907
Pinguin (Indian Ocean 1941).jpg – Wikimedia Commons

L’Atlantis era in origine una nave da carico denominata Gedenfels della Hansa Line ma venne poi convertita in nave corsara fra il 1939 e il 1940 nei cantieri navali di Kiel e di Brema. Aveva una stazza di 7.900 tonnellate, era lunga 155 metri, larga 18 e pescava 8,7 metri. Poteva sviluppare una velocità di 16 nodi e aveva un’autonomia di 60.000 miglia nautiche alla velocità di 10 nodi. Come armamento principale disponeva di sei cannoni da 150 mm, mascherati dietro false sovrastrutture ribaltabili, come quattro tubi lancia-siluri. Era dotata anche di un idrovolante per la ricognizione e l’avvistamento delle navi nemiche. L’equipaggio era formato da 366 uomini, tra i quali 19 ufficiali e 347 marinai.

La campagna bellica dell’Atlantis iniziò  l’11 marzo 1940 ed ebbe una durata di 622 giorni, coprendo una distanza di 112.000 miglia su  tre oceani, catturando complessivamente 22 navi mercantili alleate, per una stazza complessiva di 146.000 tonnellate. Era la prima di  dieci navi mercantili armate del Terzo Reich realizzate per attaccare le navi mercantili nemiche. La partenza dell’Atlantis fu ritardata a causa del ghiaccio fino al 31 marzo 1940, quando l’ex nave da guerra Hessen aprì  la strada a Atlantis, Orion e Widder. Atlantis si diresse verso i campi minati del Mare del Nord, tra la Norvegia e la Gran Bretagna, attraverso il Circolo Polare Artico, tra l’Islanda e la Groenlandia, e si diresse quindi verso sud. In quel momento l’Atlantis aveva preso l’identità di una nave sovietica di nome Kim.  L’Unione Sovietica era ancora neutrale in quel momento. Dopo aver attraversato l’equatore, il 24-25 aprile, prese le sembianze della nave giapponese Kasii Maru. 

Kapitän Bernhard Rogge

La comandava il Kapitän Bernhard Rogge, comandante particolarmente esperto, abile e deciso, che seppe condurre la guerra di corsa con efficacia ma anche con il massimo di Umanità possibile, facendo quanto era in suo potere per diminuire sofferenze inutili ai prigionieri. Rogge si ispirava al celebre capitano von Müller che aveva comandato l’incrociatore leggero Emden nella prima guerra mondiale, conducendo la guerra di corsa nell’Oceano Indiano. 

Salpata da Kiel l’11 marzo 1940, l’Atlantis riuscì a forzare il blocco alleato ed a passare nell’Atlantico dove, come già aveva fatto la nave corsara Möwe nella prima guerra mondiale, navigò senza attaccare alcun bastimento fin oltre la linea dell’Equatore. Solo il 3 maggio, dopo quasi due mesi di prudente navigazione, sotto le mentite spoglie del mercantile giapponese Kashii Maru, catturò la sua prima preda, la nave britannica Scientist, sulla rotta del Capo di Buona Speranza. Da quel momento, ebbe inizio la sua straordinaria campagna operativa che gli consentì di affondare o catturare oltre venti navi alleate di diversa nazionalità.

Momenti dei prigionieri a bordo dell’Atlantis

Il 22 ottobre fu la volta del piroscafo jugoslavo Durmitor, sul quale vennero trasbordati ben 300 prigionieri e che venne inviato, con un piccolo equipaggio verso la Somalia italiana, dove approdò nei pressi del porto di Mogadiscio. Fra le sue prede la motonave norvegese Tiranna, silurata il giorno dell’entrata dell’Italia in guerra (10 giugno 1940); la Speybank, che divenne poi il posamine Doggerbank, che riuscì a forzare il blocco ed a rientrare in Germania; e, ancora il britannico City of Baghdad, il francese Commissaire Ramel, l’olandese Abbekerk ed il norvegese Tamesis. Nell’Oceano Indiano Rogge realizzò la maggior parte delle sue catture, riuscendo con una delle sue prede, la petroliera Ketty Bröving,  a rifornire di nafta la nave da battaglia Admiral Scheer agli ordini del comandante Kranck nel bel mezzo dell’Oceano e, il 29 marzo, il sommergibile italiano Perla.

Il Perla il 27 maggio 1941, poco dopo l’arrivo a Bordeaux – Ufficio storico della Marina

Il Perla era partito dal porto di Massawa nell’Africa orientale italiana, e attraverso il Capo di Buona Speranza, dirigeva verso Bordeaux, in Francia. Rogge scrisse nelle sue memorie che, dopo aver visto il piccolo sommergibile costiero e il suo equipaggio stremato, espresse al comandante, il tenente Bruno Napp, la sua perplessità sulla sua missione e gli suggerì di raggiungere il Brasile o l’Argentina. Napp rifiutò educatamente il consiglio, dicendo che avrebbe fatto del suo meglio per obbedire ai suoi ordini, suscitando una grande ammirazione nel comandante tedesco.  Il Perla percorse poi altre 4000 miglia, raggiungendo la nave rifornimento tedesca Northmark; superò le isole di Capo Verde, passò fra le Azzorre e le Canarie e giunse infine a Bordeaux il 20 maggio, dopo aver trascorso in mare 81 giorni e percorrendo 13.100 miglia. Ma del Perla parleremo in un altro articolo.

L’affondamento dell’Atlantis

Dopo tanti successi, la nave corsara prese la via del rientro verso la Germania. Erano le prime ore del 22 novembre 1941 e l’Atlantis aveva fermato le macchine  per rifornire il sommergibile tedesco U 126. Tutto sembrava  tranquillo ed il sommergibile dopo l’emersione si era accostato alla nave per rifornirsi. L’operazione incominciò regolarmente ed il comandante del sommergibile raggiunse Rogge a bordo dell’Atlantis per uno scambio di saluti. Improvvisamente suonò l’allarme aereo. Il sommergibile tedesco, che si stava ancora rifornendo, senza attendere il rientro a bordo del proprio comandante, si immerse. Nel frattempo l’idrovolante inglese incominciò a volteggiare sulla loro verticale comunicando la posizione dell’avvistamento all’incrociatore inglese. Rogge, applicando una tattica sperimentata con successo altre volte, perse tempo, cercando di  farsi passare per un mercantile inglese. Sperava che il H.M.S. Devonshire si avvicinasse abbastanza per poterlo attaccare con i suoi siluri.  

L’Atlantis fermò quindi i suoi motori attendendo di averlo a tiro e interrogata, trasmise alla nave inglese una falsa generalità,  dichiarando di essere una nave mercantile olandese, la Polyphemus. Si dice che alcuni marinai tedeschi  ricordarono una vecchia preghiera che gli uomini di Nelson recitavano aspettando l’arrivo di una bordata nemica: «Per quello che stiamo per ricevere, voglia il Signore darci il modo di mostrare la nostra sentita riconoscenza». Inizialmente il Devonshire si mantenne a distanza cercando di capire se si trattava veramente della Poliphemus (una nave effettivamente riportata in zona). Ma il trucco non funzionò.

Foto del HMS Devonshire alla boa tra il 1939 ed il 1945 – Fonte http://media.iwm.org.uk/iwm/..jpg foto da collezioni dei Musei Imperiali della Guerra IWM – Autore Fotografo ufficiale della Royal Navy  https://commons.wikimedia.org/wiki/File:HMS_Devonshire_FL5884.jpg

Alle nove e trentacinque: il HMS Devonshire aprì il fuoco ed i colpi incominciarono ad esplodere  attorno all’Atlantis. A questo punto Rogge diede l’ordine «Avanti, a tutta forza!» alzando la bandiera di combattimento tedesca. Furono attivati  i generatori di nebbia per confondere il nemico ma l’incrociatore inglese continuò a sparare mantenendosi a distanza di sicurezza, avvantaggiato dalla portata maggiore dei suoi cannoni. Colpito a più riprese, Rogge ordinò all’equipaggio dell’Atlantis di mettere le scialuppe in mare per abbandonare la nave, ormai avviata alla sua fine con una dozzina di incendi sul ponte. Un’altra bomba li colpì in pieno e la nave s’inclinò sul fianco sinistro. Il Devonshire, temendo di essere silurato dal sommergibile tedesco, non restò sul posto per raccogliere l’equipaggio della nave affondata e si allontanò a tutta forza.

Solo più tardi le scialuppe con i marinai tedeschi vennero prese a rimorchio prima dall’U-126 e poi dalla nave rifornimento sommergibili Phyton.  Ma la loro odissea non era finita. Anche il Python, pochi giorni dopo, venne affondato da un incrociatore inglese. I superstiti, compresi quelli dell’Atlantis, vennero  soccorsi da due sommergibili che rimorchiarono per parecchi giorni le imbarcazioni di salvataggio, finché sopraggiunti altri due sommergibili, riuscirono a fare ritorno in patria con il loro indomito comandante Rogge.

Andrea Mucedola

in anteprima il German raider Atlantis come  … Tamesis -1940 – Fonte https://www.awm.gov.au/collection/306310/ German raider Atlantis as Tamesis.jpg – Wikimedia Commons

Alcune delle immagini possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore e le fonti o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

FONTE: Ocean4Future


Andrea Mucedola

Ammiraglio della Marina Militare Italiana (riserva), è laureato in Scienze Marittime della Difesa presso l’Università di Pisa ed in Scienze Politiche cum laude all’Università di Trieste. Analista di Maritime Security, collabora con numerosi Centri di studi e analisi geopolitici italiani ed internazionali. Ricercatore subacqueo scientifico dal 1993, nel 2019, ha ricevuto il Tridente d’oro dell’Accademia delle Scienze e Tecniche Subacquee per la divulgazione della cultura del mare. Fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Atlantide e della Scuola internazionale Subacquei scientifici (ISSD – AIOSS).

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