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Il giorno della svolta-Nello Ricciardi

1 Maggio 2013
Nello Ricciardi
Quella domenica del 3 settembre 1978, non fu una giornata di festa di routine. Passai la nottata del sabato con gli occhi sbarrati ed i pensieri che si rincorrevano nella mia mente. Aspettavo da un anno e mezzo quel giorno. Lasciai la scuola, mentre frequentavo il secondo anno dell’Itis a San Sossio e lo stesso giorno andai a far domanda per arruolarmi nella Marina Militare.
Dovetti combattere non poco con mia mamma, che non ne voleva saperne di farmi andar via da Marigliano e senza la sua firma non potevo completare la domanda. Dovette intervenire mio fratello Giacomo, che dopo varie e lunghe discussioni riuscì a convincerla a firmare quel modulo così troppo importante per me. Mio padre, invece, non ci pensò due volte, firmò subito, anzi mi esortava a seguire quel percorso di vita. La domanda partì regolarmente e nell’attesa di una risposta, mi misi a lavorare sia per bisogno sia per non far diventare l’ozio il mio peggior passatempo e compagno di vita.
Il borsone con i pochi effetti di vestiario personale lo preparai con largo anticipo. La cartolina gialla del Ministero della Marina Militare, oltre a ricordarmi che ero vincitore del concorso per sottufficiali e che dovevo raggiungere le Scuole C.E.M.M. di Taranto in serata , comunque non oltre le 23.00, mi consigliava di non portare troppo vestiario civile, in quanto nei primi sei mesi non ne avrei avuto bisogno.
Assaporai con lentezza quell’ultimo pasto domenicale con la mia famiglia. I soliti ziti spezzati nel ragù e le ultime polpette al sugo, il mio secondo preferito, mi sembrarono più squisiti del solito. Ero nello stesso tempo euforico e preoccupato.
Il convenevole saluto con le mie sorelle, Anna e Rosanna e mio fratello Umberto mi fece oltremodo emozionare, quello con mia mamma, invece, fu a dir poco tragico. Mi stringeva a se e non aveva alcuna intenzione di mollarmi, mi urlava frasi incomprensibili nell’orecchio e mi riempiva di baci, provò ancora a convincermi a non partire. Alla fine con l’aiuto degli altri familiari riuscii a divincolarmi. “Non ti preoccupare mamma, non vado mica in guerra, vedrai che ritornerò presto”.
Mi accompagnarono alla stazione a Napoli mio fratello Giacomo e mio padre, con la Fiat 850 special beige. Il treno partiva alle ore 14,20 e l’arrivo a Taranto era previsto circa sei ore dopo.
In uno dei cartelloni pubblicitari di contorno alla stazione di Piazza Garibaldi notai il manifesto “Vieni in Marina, girerai il mondo”. Sembrava messo apposta li per me e per me, quel giorno, il mondo iniziava da lì.
Dopo le ultime solite raccomandazioni, salutai anche gli ultimi due appartenenti alla mia famiglia e salii sul treno.
Mi sedetti nel primo posto libero che trovai, assorto nei miei mille pensieri e preoccupazioni. Uno scossone, seguito da un lungo fischio mi richiamò alla realtà. Il treno intraprese la sua corsa verso Taranto, verso l’inizio della mia carriera militare.
Avevo compiuto da pochi giorni 18 anni, mi sentivo solo ed impaurito, mi accorsi che mi faceva male la mano, rimasta ancora stretta ad impugnare il borsone, le uniche cose che possedevo, oltre alla mia volontà di riuscire in quello che andavo ad intraprendere.
Faceva un gran caldo in quella carrozza di seconda classe, pensavo che i treni fossero stati più comodi. Quello era tutt’altro. I sedili in legno a doghe e le pareti e tutto il resto vecchio e sdrucito. Si viaggiava con i finestrini aperti per il gran caldo e per l’assenza di aria condizionata
La carrozza era formata da uno scompartimento unico. Non c’erano tantissimi passeggeri, ma avevo l’impressione che gli occhi dei viaggiatori presenti fossero molti di più delle persone reali che erano sedute e che tutti mi scrutassero per interrogarmi.
Arrivammo a Battipaglia, dove la sosta fu molto più lunga delle precedenti. Sentii un controllore che spiegava ad un passeggero molto più coraggioso di me nel chiedere informazioni, che in quella stazione si cambiava locomotiva, in quanto la linea che proseguiva fino a Taranto non era ancora elettrificata.
Il solito scossone, con un lungo fischio, molto diverso da quello della prima partenza, mi riportò nella realtà del viaggio. Durante la lunghissima sosta ne approfittai per rileggere la solita cartolina gialla del Ministero. Ormai conoscevo a memoria anche le macchie che le centinaia di ditate avevano lasciato sul cartoncino reso ormai quasi illeggibile.
Mi incuriosì molto la fermata di Eboli. Cominciai a guardare in giro il paesaggio, per capire il perché Cristo si fosse fermato da quelle parti. Ricordai il brano del libro di Carlo Levi, che il Prof. Auricchio ci fece leggere a scuola, appunto “Cristo si è fermato ad Eboli”. Non lo capii mai, non ero mai stato bravo in italiano, non riuscivo mai ad andare oltre il quattro e mezzo. Cercai così, in qualche modo di trovare almeno una di giustificazione o a quel titolo o al mio non essere bravo. 
Non mi mossi mai dal mio posto, se non per alzarmi ad agni fermata per sbirciare dal finestrino. Avevo paura che mi portassero via che pochi averi che mi rimanevano nel borsone. Le stazioni mi sembravano tutte uguali, insignificanti, anonime e fatte in fotocopia. Cominciava ad imbrunire e un leggero languorino allo stomaco, mi fece ricordare che mia mamma si raccomandò di consumare il panino che con cura mi aveva messo nel borsone.
Il panino non era tale, era un quarto di un pezzo di pane, circa di mezzo chilo con lo spessore aumentato da due grosse cotolette. Lo mangiai con avidità, girandomi verso l’angolo nascondendo con le braccia e gomiti quel ben di Dio che avevo tra le mani. Dovetti aiutarmi con abbondanti sorsi di succo di frutta, per buttare giù nello stomaco gli enormi bocconi strappati con potenti morsi. 
Mi ritrovai ad accendere la prima ROY di quel viaggio. Mi accorsi che non avevo ancora fumato (allora non era vietato in treno). La sigaretta mi aiutava a dare una parvenza di uomo maturo, di quelli che non hanno timori, di quelli che non devono chiedere mai. Questo pensiero mi piaceva e continuai a fumare di continuo per il resto del viaggio.
Con una mezz’ora di ritardo, il treno arrivò nella grande stazione di Taranto. Persi il conto del numero delle fermate effettuate durante il viaggio, mi sembrava impossibile che in mezzo a tutte quelle pianure e distese di colline ci potessero essere nascosti così tanti paesi e città, quasi nascoste agli occhi di chi guardava fuori dal finestrino. Al bar della stazione chiesi, non senza vergogna e timidezza, quali fossero i mezzi da prendere per andare a San Vito, dove erano situate le scuole C.E.M.M. (Corpo Equipaggi Marittimi Militari). Notai altri ragazzi in giro, più o meno della mia età, tutti spaesati e con tanti pensieri in testa.
Non dovevamo pagare il biglietto, così era scritto sul cartoncino giallo, che avremmo dovuto far vedere al controllore. Salii su un bus che mi portò nella zona del ponte girevole, da li sarebbe partita la Circolare Nera, un altro bus per San Vito, un quartiere di Taranto. Mi ritrovai di nuovo a pensare a casa mia, ironia della sorta, anch’essa situata nel quartiere San Vito di Marigliano
C’era da aspettare circa mezz’ora. Ne approfittai per camminare un po’ e sgranchirmi le gambe. In giro c’erano tanti marinai in divisa bianca, anzi forse solo marinai, erano circa le nove di sera. Passai davanti ad un cinema, in cartellone c’era “IL CACCIATORE”, con Robert De Niro. Pensai che mi sarebbe piaciuto guardarlo. Anzi ci sarei andato alla prima libera uscita, qualora ce ne fosse stata una. Mi guardavo attorno per capire chi e come fossero fatti i tarantini o forse meglio le tarantine. Non se ne vedevano.
Mi accorsi che mi ero allontanato troppo dal capolinea degli autobus e di corsa tornai indietro, presi il pullman al volo.
Durò circa trenta minuti quell’ultimo viaggio. Il mezzo era pieno quasi esclusivamente di marinai , tutti ragazzi giovanissimi, oltre a un buon numero di ragazzi, per lo più sedicenni, con borse o valigie in mano e tanti sogni nella testa.
I marinai sapevano già perchè eravamo li e ci guardavano sogghignando e non disdegnavano di rivolgerci qualche parola di sfottò. “Morirete tutti, brutte reclute. Andatevene via adesso che ancora potete, salvatevi”.
Queste frasi intimidatorie, però, mi facevano l’effetto contrario, invece di mettermi paura, mi esortavano di più a provare, andare avanti per la mia strada intrapresa.
Mi accorsi che eravamo arrivati perché a quella fermata scesero quasi tutti.
 
In un ampio curvone sulla sinistra si stagliava, illuminato da due fari, un ampio ingresso con un cancello enorme di ferro dipinto di blu, delimitato in entrambe le direzioni da un muro giallo altissimo, su cui spiccavano, ancora più alte, grosse chiome di pino marittimo. Ai lati del cancello, appoggiate ad un basamento di pietra, due ancore nere alte circa tre metri, con una catena attorcigliata a mo’ di serpente. 
Sormontava il cancello, a semicerchio, una grossa scritta di metallo, GRUPPO SCUOLE C.E.M.M. LORENZO BEZZI.
Taranto settembre 1978
Nello Ricciardi
 
Fonte: Logo Blog Ricciardi
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