Un articolo di storia dal sito Ocean4Future

La perdita del Roma, e delle molte altre navi, in gran parte attaccate dai tedeschi mentre si trasferivano verso i porti degli Alleati, rappresentò soltanto una parte del disastro che nei giorni dell’armistizio si abbatté sulla Regia Marina italiana. Ben 327 navi, tra cui la corazzata Cavour, tre incrociatori, 9 cacciatorpediniere, 23 torpediniere, 6 corvette e 24 sommergibili, restarono nei porti sotto controllo tedesco. Di tali unità la maggior parte si auto-affondarono o furono sabotate dagli equipaggi, dal momento che non si trovavano in condizioni di prendere il mare. Tuttavia non mancarono navi che si consegnarono spontaneamente ai tedeschi, con lo scambio del saluto al momento della sostituzione degli equipaggi, come accadde per le sei siluranti della flottiglia dell’Egeo (cacciatorpediniere Crispi, Turbine e torpediniere San Martino, Calatafimi, Solferino e Castelfidardo) di base al Pireo e a Suda, che poterono essere subito impegnate, con il massimo rendimento, dalla Marina germanica per appoggiare gli sbarchi contro i possedimenti italiani delle Isole del Dodecaneso.

Nel disastro generale, da parte italiana non mancarono gli atti di valore e lo spirito offensivo, ma furono tutti determinati da azioni individuali espresse su iniziativa di singoli comandanti. L’episodio più rappresentativo e concreto fu quello di Bastia, in cui si fece nuovamente onore il comandante della torpediniera Aliseo, capitano di fregata Carlo Fecia di Cossato, che in Atlantico si era guadagnato l’importante onorificenza tedesca della Ritterkreuz (la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro) per aver affondato con il sommergibile Tazzoli sedici navi mercantili per 86.545 tsl, sei delle quali nel corso di una singola missione.
Il mattino del 9 settembre, mentre la flotta dell’ammiraglio Bergamini, dirigendo per la Maddalena, stava transitando a occidente della Corsica, l’Aliseo impegnò a cannonate nove unità tedesche che tentavano di uscire dal porto di Bastia, dove i tedeschi, che erano impegnati in aspri scontri con i reparti del Regio Esercito e della Regia Marina, avevano danneggiato e catturato la torpediniera Ardito.


Dapprima, con il supporto a maggiore distanza dalla corvetta Cormorano, l’Aliseo affondò i cacciasommergibili UJ-2203 (ex francese Austral) e UJ-2219 (ex belga Inuma); quindi, appoggiata anche dal fuoco dalle batterie costiere italiane, la torpediniera affondò, una dopo l’altra, le cinque motozattere F 366, 387, 459, 612 e 629, che appartenevano alla 4a Flottiglia tedesca e la motobarca della Luftwaffe Fl B. 412.

Altri episodi, in cui apparve vincente la determinazione con cui furono affrontati i combattimenti con i tedeschi, si ebbero a Bari e soprattutto a Piombino, dove i carri armati del 31° Reggimento del Regio Esercito riuscirono ad affondare la torpediniera tedesca TA-11, ex francese L’Iphigènie.

Episodi del genere, condotti in modo più o meno fortunato, furono combattuti un pò dovunque in quei giorni, nelle basi navali, nei depositi e in mare; ma generalmente i risultati non furono quelli sperati e non contribuirono ad evitare che i tedeschi si impossessassero di quasi tutti gli obiettivi della penisola e dei possedimenti italiani d’oltremare, né servirono per convincere gli anglo-americani a sfruttare adeguatamente le molte possibilità d’impiego prettamente bellico della Regia Marina. Questa, consegnando la flotta agli Alleati, pagò duramente l’illusione di ottenere condizioni di pace più favorevoli, perché quelle condizioni erano legate a quanto gli italiani avrebbero potuto fare per impedire agli anglo-americani di impantanarsi in una lunga e durissima guerra, poi chiamata in Italia “di liberazione”, e che secondo alcuni malinformati, tra cui non pochi politici, sarebbe addirittura, iniziata in Sicilia, dimenticando, o facendo finta di ignorare, che l’Esercito italiano combatteva per difendere l’isola.
Per raggiungere quest’ambizioso obiettivo, soprattutto per realizzare lo sbarco a Salerno e per esercitare il controllo dell’Italia centrale fino ai rilievi degli Appennini settentrionali, impiegando forze limitate rinforzate dalle divisioni del nuovo alleato, gli Alleati contavano molto sulle Regie Forze Armate, rimanendone delusi, perché dopo la diramazione dell’armistizio, avvenuta la sera dell’8 novembre, non ricevettero da esse quasi nessun aiuto. Ragion per cui, nelle loro recriminazioni, inglesi e americani arrivarono a maledire il giorno in cui il generale Castellano si era presentato a Lisbona ai delegati del generale Eisenhower per trattare la resa. Questo fatto contribuì ad indispettire non soltanto il Comandante in Capo delle forze Alleate, ma soprattutto le diplomazie di Londra e di Washington, degli statunitensi in particolare che non mitigarono mai, nei confronti dell’Italia, la punizione della resa incondizionata pretesa fin dalla conferenza di Casablanca del gennaio 1943. [37]

Ne conseguì che l’armistizio, ratificato a Malta il 28 settembre dal maresciallo Badoglio, con condizioni ancora più dure di quelle fissate a Cassibile, pretese il disarmo e la smobilitazione di molte navi per un lungo periodo, e non permise alla Regia Marina di partecipare alle molte operazioni alleate di sbarco e di appoggio al fronte terrestre, relegando le sue unità soltanto a compiti sussidiari; e questo nonostante il 23 settembre fossero stati fissati a Taranto, tra gli ammiragli de Courten e Cunningham, alcuni accordi di collaborazione che sembrarono allora incoraggianti, poiché stabilivano fossero utilizzate “al più presto” le unità da guerra minori italiane per i trasporti alleati e nel lavoro di scorta. La verità è ben altra, dal momento che gli Alleati non intendevano allora combattere nella penisola, se non per impossessarsi della parte meridionale di essa, da cui esercitare il pieno controllo del Mediterraneo. Ma in particolare, come fecero capire agli italiani, agli anglo-americani interessava in particolare, il porto di Napoli, per farvi affluire truppe e rifornimenti, e la regione della Puglia, dove intendevano condurre, da sud, la guerra aerea contro la Germania e nei Balcani, usufruendo dei grandi aeroporti esistenti nella zona di Foggia. Nella guerra che si voleva combattere contro i tedeschi, anche per contribuire realmente a liberare, dal mare, il territorio nazionale, attività umiliante fu rappresentata dall’impiego degli incrociatori per il trasporto del sale dalla Sardegna sul continente; e alquanto discutibile anche quello del rimpatrio dei prigionieri dal nord Africa che, invece di utilizzare gli incrociatori con tutti i rischi di navigazione di guerra che ne derivavano, avrebbe potuto svolgersi con le navi mercantili, che gli Alleati avevano in gran parte requisito per impiegarle per le loro esigenze. Occorre anche dire che le maggiori distruzioni causate all’Italia si verificarono nei due anni successi all’armistizio. Ciò avvenne, soprattutto, per opera di coloro che sono stati considerati, spesso in modo ironico, i “liberatori”, ossia degli statunitensi, i cui bombardieri – oltre ad appoggiare il fronte terrestre dove praticamente, in molte zone, gli Alleati furono costretti a combattere con i tedeschi metro per metro e casa per casa – si sforzarono, da par loro, a demolire città storiche e interi paesi della penisola, non tralasciando, nelle incursioni in profondità, i porti, i nodi ferroviari e gli impianti industriali del centro e nord Italia.

Considerando che il Governo italiano, come annunciò alla radio il maresciallo Badoglio, aveva chiesto l’armistizio per “risparmiare nuovi lutti alla nazione”, queste parole sembrano oggi qualcosa di tragicomico, visti i danni arrecati all’Italia dagli Alleati ed anche dai tedeschi, che durante le loro ritirate facevano saltare ponti, strade, edifici, ferrovie, e tutto ciò che poteva servire all’avanzata del nemico. A questa opera di demolizione, ma ciò non vuole essere una critica, contribuirono poi anche i partigiani italiani, che nel corso delle numerose opere di sabotaggio, soprattutto nelle strade secondarie, non mancarono di far saltare anche ponti e viadotti e tutto ciò che potevano servire ai tedeschi durante le loro operazioni di rastrellamento. Per non parlare poi dei lutti causati nella guerra civile degli attentati, delle uccisioni, delle rappresaglie, e infine delle vergognose e squalificanti rese dei conti contro i vinti che si protrassero ben oltre il termine del conflitto.

Il trattato di pace del 1947, non tenne assolutamente conto dei decantati meriti cobelligeranti e resistenziali dell’Italia, poiché, occorre dirlo, furono di natura particolarmente modesta. Sebbene la guerra si svolgesse nel territorio nazionale, in cui combattevano nella causa degli Alleati eserciti di ben ventisette nazioni di ogni continente, soltanto nel dicembre del 1943 fu permesso ad un modesto raggruppamento motorizzato (circa 5.000 uomini) di impegnare i tedeschi sul fronte di Cassino. Poi, a partire dalla primavera-estate del 1944, furono costituiti e portati in linea cinque gruppi da Combattimento italiani, dall’organico di circa una brigata, che furono però inseriti nelle divisioni britanniche, adottando addestramento, divise ed armamento britannico, che però non includeva artiglierie pesanti e carri armati.
Il trattato di pace dette poi alla Marina il colpo finale, costringendola a cedere molte navi alle nazioni vincitrici (Russia, Francia, Grecia, Iugoslavia e perfino alla Cina) e a smantellare tutti i sommergibili e, fatto forse ancora più doloroso, a demolire anche le corazzate Italia e Vittorio Veneto, che erano state confinate dopo l’armistizio ai Laghi Amari del Canale di Suez, dove rimasero inutilizzabili per tutto il restante periodo della guerra.
Francesco Mattesini
Estratto (testo, disegni ed immagini) da “8 settembre, il dramma della Flotta italiana“, Francesco Mattesini, 2015. Per ulteriori approfondimenti si consiglia la lettura del saggio dello stesso autore: “La Marina e l’8 Settembre”, edito in due tomi dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, gennaio 2003.
Note (numerazione dall’originale)
[37] È bene ricordare che per gli Alleati l’Italia era considerata una nazione vinta la quale, per riscattarsi, doveva trovare il modo “di guadagnarsi il biglietto di ritorno”. Era questo un argomento sul quale il Primo Ministro britannico si mostrava inflessibile, tanto che il 9 settembre 1943, scrivendo a Roosevelt, di contare sulla conversione dell’Italia in una forza attiva contro la Germania, aveva specificato: “Sebbene non possiamo riconoscere l’Italia come alleata nel pieno senso della parola, siamo stati concordi nel permetterle di pagarsi il biglietto lavorando, e che questo utile servizio contro il nemico verrà non solo aiutato, ma ricompensato.” Ciò non fu permesso perché, purtroppo, l’8 settembre le Forze Armate italiane, disintegrandosi letteralmente, non fornirono agli Alleati l’aiuto richiesto. La speranza nutrita dal generale Eisenhower di un possibile urgente intervento dell’Esercito italiano contro i tedeschi non si concretò per l’inatteso sbandamento verificatosi nelle Forze Armate del Regno subito dopo la dichiarazione dell’armistizio. Il Comandante in Capo Alleato espresse allora tutto il suo malumore in una lettera del 13 settembre, inviata al generale George C. Marshall, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito statunitense, sostenendo: “Gli italiani sono stati così deboli che abbiamo avuto poco o nessun pratico aiuto da loro … non vi è stato nulla nell’effetto prodotto che somigliasse a quanto era nel regno delle possibilità”. Cfr. AUSE, fondo Generale Castellano, b. 2238.
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