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Il combattimento notturno e la Regia Marina Italiana

20 Febbraio 2025

Un altro interessante articolo di storia navale dal sito Ocean4Future

Una delle maggiori limitazioni della Regia Marina italiana nel confronto con la Royal Navy fu l’insufficiente preparazione al combattimento notturno. Molto spesso si semplifica questa carenza operativa riducendo questa problematica alla mancanza di apparati radar ma, in realtà, la questione è molto più complessa. Innanzitutto in Mediterraneo le prime unità dotate di radar arrivarono nel 1941 e solo a 1942 avanzato la dotazione divenne generalizzata. Per di più i radar disponibili erano strumenti con varie limitazioni operative e di spesso di limitata efficienza, al punto che vedette bene addestrate dotate di buoni strumenti ottici avevano capacità di avvistamenti notturne equivalenti se non superiori ai radar disponibili fino a metà conflitto. Lo dimostra il fatto che la Nihon Kaigun (Marina Imperiale Giapponese), che non dispose di radar se non nelle fasi finali del conflitto, per anni ebbe una marcata superiorità in questo tipo di combattimento sulla US Navy statunitense che ne era invece abbondantemente dotata.

La linea elegante e pulita delle torri trinate da 381/50 – da “La Regia Marina Italiana: artiglieria e tiro navale 1 e 2 guerra mondiale: scelte tecnologia e aspetti industriali ” di Giancarlo Poddighe

Anche nella stessa guerra del Mediterraneo vi sono vari episodi che lo dimostrano; per esempio nella battaglia di Matapan le unità della prima divisione non furono percepite in avvicinamento dai radar delle unità britanniche ma furono avvistate soltanto con i binocoli. Neppure lo sfortunato scontro tra le sette siluranti italiani e l’incrociatore britannico Ajax, verificatosi nella notte del 12 ottobre 1940 nelle acque ad oriente di Malta fu determinata dal radar, in possesso dell’unità britannica, dal momento che le nostre navi avvistarono per prime l’Ajax e a grandissima distanza (ben 18000 metri). Anche nella distruzione del convoglio “Duisburg” il convoglio italiano fu localizzato dalle vedette dell’incrociatore HMS Aurora della Forza K solo per mezzo dei binocoli alla distanza di circa 9 miglia (oltre 16.000 metri). Nella dottrina italiana di anteguerra per unità maggiori il combattimento notturno era considerato da evitare perché durante la notte era difficile coordinare i movimenti delle navi, capire come evolveva l’azione, identificare correttamente il nemico con conseguenti forti rischi di “fuoco amico” e di collisioni e che fosse troppo alta la possibilità che nella confusione un’unità silurante nemica riuscisse un colpo fortunato. Si riteneva quindi che l’esito di uno scontro notturno fosse troppo imprevedibile e troppo dipendente dalla fortuna per essere desiderabile. La possibilità di un combattimento notturno ricercato di propria iniziativa era quindi stata esclusa dai manuali e per le azioni notturne si riteneva più conveniente impiegare i cacciatorpediniere della squadra quali unità siluranti.

Una posizione molto simile a quanto relazionò l’ammiraglio Jellicoe (nel riquadro superiore) dopo la battaglia dello Jutland: “Ho scartato subito l’idea di un’azione notturna tra le navi pesanti, in quanto avrebbe portato problemi sempre maggiori a causa, in primo luogo, della presenza di unità siluranti in numero così elevato e, in secondo luogo, dell’impossibilità di distinguere tra le nostre navi e quelle nemiche. Inoltre, il risultato di un’azione notturna nelle condizioni moderne sarà sempre in gran parte una questione di puro caso”.

Con queste premesse era considerato imperativo interrompere il contatto balistico tra le unità maggiori nell’imminenza del tramonto e per favorire il disimpegno non si sarebbe dovuto esitare a ordinare ripetuti attacchi alle unità siluranti. Interrotto lo scontro, le unità sottili avrebbero provveduto alla protezione del grosso, all’esplorazione e al mantenimento del contatto col nemico e se possibile ad attaccarlo col siluro. Poiché si riteneva che il nemico avrebbe proceduto allo stesso modo, le unità maggiori di notte dovevano tenersi pronte a reagire con le armi antisiluranti. Il tiro notturno con l’ausilio di illuminanti e l’uso di cariche V.R. (a vampa ridotta) era quindi previsto dalle norme regolamentari italiane solo per i calibri anti silurante sulle unità maggiori e per le unità sottili. Non esisteva però alcuna tecnica/norma per il tiro notturno con i grossi calibri né, tantomeno, alcuna tattica d’impiego coordinato dei proiettori luminosi in supporto a tali artiglierie.

Da “La Regia Marina Italiana: artiglieria e tiro navale 1 e 2 guerra mondiale: scelte tecnologia e aspetti industriali ” di Giancarlo Poddighe

La dottrina operativa italiana sul punto era molto simile a quella del principale avversario, la Marina Francese, e questo purtroppo non stimolò lo sviluppo nel settore. In realtà non era sola: la U.S. Navy, a differenza della Royal Navy e della Nihon Kaigun anteguerra (che avevano sviluppato tattiche e tecniche relative al combattimento notturno per unità maggiori) aveva puntato più sulla tecnologia che sulla dottrina. Lo dimostrarono gli scontri attorno a Guadalcanal dell’agosto ‘42 – febbraio ‘43 che furono per la marina statunitense una brutta sorpresa, malgrado godesse di una indubbia superiorità tecnologica, avendo tutte le sue navi dotate di radar a differenza di quelle giapponesi. Nulla erano valsi anni di guerra per apprendere insegnamenti e per adeguarsi.

L’incrociatore pesante della Marina degli Stati Uniti USS Quincy (CA-39) fotografato dall’incrociatore pesante giapponese Chōkai durante la battaglia di Savo Island, al largo di Guadalcanal, il 9 agosto 1942. Il Quincy, qui in fiamme e illuminato dai riflettori giapponesi, fu affondato. Le fiamme all’estrema sinistra della foto provengono probabilmente dall’USS Vincennes (CA-44), anch’esso in fiamme a causa di colpi ricevuti e danni da siluro
USS Quincy (CA-39) under fire during the Battle of Savo Island on 9 August 1942 (NH 50346).jpg – Wikimedia Commons

Ricordo che lo scontro di Matapan avvenne nel marzo 1941, ben 17 mesi prima, ma evidentemente non fu considerata un campanello di allarme e si ritenne che il mero vantaggio tecnologico colmasse le lacune addestrative e dottrinali; non era così e il risveglio fu traumatico a Savo (detto prima battaglia del mare delle Salomone) e Tassafaronga (battaglia di Lunga). Entrerò nei particolari in un prossimo articolo.

bertozzi


Gianluca Bertozzi

Laureato in Giurisprudenza è un attento e meticoloso studioso di storia navale e aeronautica militare

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

FONTE: Ocean4Future

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