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Entro il 2035 la Marina Militare italiana punta ad avere la flotta di superficie più numerosa d’Europa

17 Agosto 2026

Una notizia dal sito Infodifesa

L’Italia si prepara a cambiare peso negli equilibri navali europei. Non si parla dell’intera flotta, né di portaerei o sottomarini nucleari, ma di un settore preciso e decisivo: la flotta di superficie di prima linea, cioè fregate, pattugliatori d’altura in configurazione da combattimento e cacciatorpediniere. Entro il 2035, la Marina Militare italiana punta a schierare una componente di superficie tra le più consistenti d’Europa, con circa 21 unità maggiori tra fregate e cacciatorpediniere. Un numero che, se confermato dai programmi oggi in corso, collocherebbe l’Italia davanti a Regno Unito e Francia nel comparto dei grandi combattenti di superficie.

Il dato che cambia gli equilibri in Europa

La proiezione più significativa riguarda il confronto numerico con le altre grandi marine europee. L’Italia potrebbe arrivare intorno a 21 unità di prima linea, contro circa 19 britanniche e circa 15 francesi.

Il punto centrale è questo: non si tratta di una classifica assoluta della potenza navale, perché Francia e Regno Unito mantengono capacità strategiche che l’Italia non possiede, in particolare nel settore nucleare. Ma nel segmento delle navi di superficie principali, il sorpasso italiano è uno scenario concreto.

La futura linea italiana dovrebbe ruotare attorno a una combinazione di FREMM, FREMM EVO, PPA in configurazione pesante, cacciatorpediniere Orizzonte ammodernati e nuovi DDX. Una flotta pensata non solo per il Mediterraneo, ma per operare lungo un arco molto più ampio, dal Nord Africa al Golfo Persico, dal Mar Rosso all’Oceano Indiano.

Le navi chiave della nuova Marina

Il cuore della flotta italiana di superficie resterà formato dalle fregate FREMM classe Bergamini, già oggi considerate tra le migliori unità occidentali della loro categoria. Le prime otto navi sono state consegnate tra il 2013 e il 2019, mentre altre due FREMM “Enhanced” sono previste nel 2025.

A queste si aggiungeranno le FREMM EVO, ordinate nel 2024 con un contratto da circa 1,5 miliardi di euro. Saranno unità ulteriormente migliorate, con nuovi sensori, sistemi di gestione evoluti e maggiori capacità missilistiche. La consegna è prevista tra il 2029 e il 2030.

Accanto alle FREMM ci sono i PPA classe Thaon di Revel, nati come pattugliatori polivalenti d’altura ma evoluti verso capacità da vere navi da combattimento. Le versioni più avanzate, in configurazione Full Combat, possono imbarcare missili antinave, sistemi di difesa aerea, armamento antisommergibile, elicotteri e droni.

Il programma PPA ha avuto una revisione dopo la guerra in Ucraina. Le configurazioni più leggere sono state progressivamente superate a favore di assetti più pesanti, con la possibilità di portare le unità a standard superiori.

DDX, i nuovi “supercaccia” italiani

Il salto più evidente arriverà con il programma DDX, destinato a sostituire i vecchi cacciatorpediniere Durand de la Penne e Mimbelli. Si parla di unità molto grandi, con un dislocamento stimato fino a circa 15.000 tonnellate a pieno carico, dimensioni più vicine a quelle di un incrociatore che a un cacciatorpediniere tradizionale.

I DDX dovrebbero disporre di circa 80 celle di lancio verticale, con predisposizioni per aumentare ulteriormente la capacità missilistica. Saranno progettati per la difesa aerea a lungo raggio, il contrasto a missili balistici e ipersonici, la protezione di gruppi navali complessi e, in prospettiva, l’impiego di tecnologie future come armi laser e nuovi missili.

Il programma è indicato come uno dei più ambiziosi della Marina Militare, con un impegno stimato di almeno 2,7 miliardi di euro per due unità da realizzare tra il 2025 e il 2032.

Il ruolo degli Orizzonte

Nel frattempo, l’Italia continuerà a contare sui due cacciatorpediniere classe Orizzonte, Andrea Doria e Caio Duilio. Entrati pienamente in servizio nel 2011, rappresentano ancora oggi il nucleo della difesa aerea navale italiana a lungo raggio.

Queste unità saranno sottoposte a un importante ammodernamento tra il 2026 e il 2029, nell’ambito di un programma italo-francese da circa 1,5 miliardi di euro che coinvolge anche le unità francesi della stessa famiglia. Il cuore dell’upgrade sarà la nuova configurazione PAAMS-NG, con radar AESA, nuovi sistemi di combattimento e capacità rafforzate contro minacce balistiche.

L’esperienza del Mar Rosso ha confermato l’importanza di queste navi. Il Caio Duilio, nel 2024, ha abbattuto droni lanciati dagli Houthi contro il traffico marittimo, dimostrando concretamente il valore della difesa aerea navale in scenari ad alta minaccia.

Perché l’Italia può superare Francia e Regno Unito

Il possibile primato italiano non nasce dal caso. È il risultato di una scelta strategica: investire con decisione nella flotta convenzionale di superficie.

Francia e Regno Unito destinano una quota enorme delle proprie risorse navali alla deterrenza nucleare, con sottomarini lanciamissili balistici, infrastrutture dedicate e forze subacquee a propulsione nucleare. L’Italia non sostiene questo tipo di spesa e può concentrare maggiormente le risorse su navi convenzionali, fregate, cacciatorpediniere, pattugliatori armati, supporto logistico e capacità anfibie.

A questo si aggiunge il ruolo industriale nazionale. Fincantieri e Leonardo rappresentano due pilastri della modernizzazione della Marina Militare. Scafi, sensori, radar, sistemi di combattimento, cannoni navali e soluzioni integrate permettono all’Italia di sviluppare unità avanzate con una forte base tecnologica nazionale.

Il Mediterraneo Allargato spinge la nuova strategia

La ragione operativa di questa crescita è il concetto di Mediterraneo Allargato. Per l’Italia, il mare non è solo il bacino mediterraneo in senso stretto, ma un sistema di rotte, choke point, infrastrutture energetiche e cavi sottomarini che si estende dal Golfo di Guinea al Mar Rosso, dal Medio Oriente all’Oceano Indiano

In questo scenario servono molte navi. Non solo unità potenti, ma anche numerose, disponibili e capaci di restare in missione a lungo. La presenza navale non si misura soltanto con la qualità tecnologica, ma con la possibilità di avere navi operative contemporaneamente in più aree critiche.

È qui che il numero diventa una capacità strategica. Una flotta più ampia consente turnazioni, manutenzioni, addestramento e missioni reali senza consumare eccessivamente le unità disponibili.

Il confronto con Londra e Parigi ha però dei limiti

Il sorpasso italiano riguarda un comparto specifico: fregate e cacciatorpediniere. Non significa che la Marina Militare diventerà automaticamente più potente, nel complesso, della Royal Navy o della Marine Nationale.

Il Regno Unito dispone di due grandi portaerei classe Queen Elizabeth, progettate per operare con gli F-35B e pensate per una proiezione globale. La Francia, invece, schiera la portaerei nucleare Charles de Gaulle, capace di imbarcare caccia Rafale e dotata di un profilo operativo diverso rispetto alle portaerei STOVL.

L’Italia possiede la portaerei Cavour e la nuova unità anfibia portaeromobili Trieste, consegnata il 7 dicembre 2024. Il Trieste, con circa 38.000 tonnellate a pieno carico, è la più grande nave da guerra costruita dall’Italia dal secondo dopoguerra. Tuttavia, le unità italiane operano con velivoli a decollo corto e atterraggio verticale, in particolare gli F-35B, e non hanno le stesse capacità di una portaerei nucleare francese o delle grandi portaerei britanniche.

Il nodo dei sottomarini

Un’altra differenza fondamentale riguarda la componente subacquea. Francia e Regno Unito schierano sottomarini a propulsione nucleare, in grado di operare a lungo raggio e per lunghi periodi senza riemergere. L’Italia, invece, punta su battelli convenzionali estremamente avanzati, particolarmente efficaci nel Mediterraneo.

La Marina Militare dispone dei sottomarini U212A classe Todaro e sta costruendo i nuovi U212 NFS, con consegne previste tra il 2027 e il 2031. A questi dovrebbero aggiungersi due unità evolute U212 NFS-EVO entro il 2036, con l’obiettivo di portare la linea subacquea italiana verso le 10 unità.

Si tratta di sottomarini moderni, silenziosi e adatti agli scenari mediterranei, ma diversi per autonomia e proiezione rispetto agli SSN nucleari francesi e britannici.

La Trieste e la nuova componente aerea navale

La consegna della Trieste ha rappresentato uno dei passaggi più importanti della trasformazione della Marina. L’unità andrà ha sostituito progressivamente il Garibaldi e ad ha affiancato la Cavour, con una doppia funzione: nave anfibia e piattaforma portaeromobili.

Per operare pienamente come portaerei con gli F-35B, la Trieste dovrà completare il programma Alternate Carrier Vessel, da circa 172 milioni di euro, che prevede l’integrazione dei sistemi necessari per l’impiego dei jet.

Nel frattempo, l’Italia ha approvato un nuovo lotto di 10 F-35B, divisi tra Marina Militare e Aeronautica, che si aggiungono ai 30 già previsti nella versione a decollo corto e atterraggio verticale.

Una flotta più armata e meno “leggera”

Un tratto comune dei nuovi programmi italiani è l’aumento della potenza di fuoco. Per anni la Marina ha costruito navi tecnologicamente eccellenti ma con un numero relativamente contenuto di missili imbarcati. Le lezioni arrivate dall’Ucraina, dal Mar Nero, dal Mar Rosso e dal Medio Oriente hanno cambiato le priorità.

Le nuove unità dovranno avere più celle di lancio verticale, maggiore difesa aerea, capacità antimissile, contromisure contro droni e sistemi più resilienti contro minacce cyber ed elettroniche.

Le FREMM EVO, i futuri PPA EVO e soprattutto i DDX segnano questa evoluzione: meno compromessi, più missili, più capacità di sopravvivenza e maggiore autonomia operativa.

Il dato politico: l’Italia vuole contare di più sul mare

Dietro i programmi navali c’è un messaggio politico e strategico chiaro. L’Italia considera il mare un interesse nazionale primario. Rotte commerciali, energia, cavi sottomarini, sicurezza del Mediterraneo, presenza nel Mar Rosso e nell’Indo-Pacifico richiedono una Marina più grande, più moderna e più pronta.

Il dispiegamento della Cavour nell’Indo-Pacifico nel 2024, durato diversi mesi, ha mostrato la volontà italiana di operare anche fuori dal tradizionale perimetro mediterraneo. Non si tratta di imitare le potenze globali, ma di proteggere interessi nazionali che ormai si estendono ben oltre il Canale di Sicilia.

Il sorpasso è possibile, ma va letto correttamente

Entro il 2035 l’Italia potrebbe davvero avere la flotta di superficie di prima linea più numerosa tra le principali marine europee, almeno nel confronto tra fregate e cacciatorpediniere.

Il punto non è stabilire una supremazia assoluta su Francia e Regno Unito, che restano superiori in settori strategici come deterrenza nucleare, sottomarini atomici e portaerei pesanti. Il punto è un altro: nel segmento dei grandi combattenti convenzionali di superficie, la Marina Militare italiana sta costruendo una massa critica che pochi in Europa potranno eguagliare.

Se i programmi saranno rispettati, il 2035 potrebbe segnare una svolta storica: l’Italia non solo come potenza marittima mediterranea, ma come una delle principali marine convenzionali del continente europeo.

FONTE: Infodifesa

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