La navigazione procede bene? È un impegno di backstage. Lavoriamo per la nostra famiglia, che è l’Italia. La parola al tenente di vascello Nervi, commissario di nave Marceglia

28 maggio 2025 Viviana Passalacqua
Editoriale
Quando sei in mare, dire ‘Commi’ è dire ‘mamma’, o ‘papà’. Perché se è vero che gli altri ufficiali assicurano che la nave arrivi in porto, senza Commi non si potrebbe neanche ormeggiare.
È il ‘Commi’ che garantisce gli approvvigionamenti di acqua e viveri, è il ‘Commi’ che gestisce i pezzi di ricambio, il materiale necessario alle manutenzioni. Sempre il ‘Commi’ assicura le soste in porto e i servizi connessi, per agevolare tutte le attività dei marinai.
Si prende cura dell’unità e dell’equipaggio, come fa un genitore con i suoi figli. Lo fa dietro le quinte, nel backstage. Nessuno vede cosa, né quando, ma il risultato di quel lavoro inesausto e silenzioso è immediato, sotto gli occhi di tutti: se la navigazione procede, se a bordo non manca nulla, il merito è anche suo.
‘Grande Commi!’. È il commento collettivo, il sollievo del ‘dopo‘.
‘Commi’ sta per ‘Commissario’. Un’abbreviazione. Gergo rapido, affettuoso e funzionale: indica l’ufficiale del Corpo di Commissariato Militare Marittimo preposto alla gestione amministrativa, finanziaria e logistica, all’approvvigionamento e alla gestione dei materiali e delle apparecchiature di mantenimento dell’efficienza dell’unità, nonché alla consulenza in materia legale, di diritto internazionale e di relazioni esterne.
Su nave Marceglia, impegnata nella Campagna di proiezione in Indo-Pacifico, quella che chiamiamo ‘Commi’ è il tenente di vascello Elena Maria Nervi. Origini tarantine, 30 anni. Marina Militare nel sangue, in testa e nel cuore.
“Figlia d’arte – dice lei – il mio papà è un ufficiale del corpo delle Armi Navali. Da bambina mi ha affascinata con i racconti dei luoghi esotici che ha incontrato nel suo percorso professionale, mi ha trasmesso la forza dei legami che nascono in Accademia. Rapporti intensi, impossibili da descrivere, che vanno vissuti. Mi ha spiegato che la nostra famiglia è l’Italia: il tuo Paese è casa tua, se lavori per la tua casa lo fai per i tuoi figli, per i tuoi cari. Per questo la nostalgia legata alle sue partenze si è trasformata pian piano in orgoglio per il suo sacrificio. È diventata condivisione di un obiettivo più grande, comunanza di ideali. ‘Farsi presenza significa accettare il rischio dell’assenza’. Questa massima è il mio mantra: vuol dire dare valore alla qualità del tempo trascorso insieme piuttosto che alla quantità. Significa che un biglietto, una telefonata, un calendario su cui ‘smarcare’ i giorni che mancano ad un abbraccio, possono essere più importanti di una routine sì quotidiana, ma vuota”.
Perché la scelta di essere Commissario di Marina?
Sono entrata in Marina Militare nel 2012, appena compiuti i 18 anni. Ho vinto il concorso quando ero ancora una studentessa di Liceo Classico. E poi l’Accademia Navale, percorso canonico di 5 anni, la laurea magistrale in Giurisprudenza, oltre ovviamente ad alcuni corsi formativi caratteristici del Corpo di Stato Maggiore della Marina Militare: condotta mezzi, navigazione, astronomia, però chiaramente quello giurisprudenziale è il mio iter, a prosecuzione dei miei studi umanistici. La Giurisprudenza ti insegna ‘il metodo’, l’applicazione della regola al caso concreto per individuare la soluzione del problema. Ho scoperto la figura del Commissario durante il tirocinio in Accademia, mi ha affascinata. Fare il Commissario di bordo è, per me, uno degli incarichi più impattanti che ricoprirò nella vita.
Quando si pensa ai Commissari di Marina viene in mente “JAG”, la serie tv americana centrata sui casi portati in Corte Marziale da avvocati militari… .
Non è proprio così, noi Commissari non siamo “JAG”! Il legale fa parte del nostro lavoro, ma abbiamo moltissimi altri compiti. A bordo abbiamo la responsabilità dei materiali, dei pezzi di rispetto (‘pdr’, ovvero i ‘pezzi di ricambio’), della logistica. C’è poi la dimensione amministrativa, relativa al trattamento economico di tutto l’equipaggio. Ci occupiamo del personale, della documentazione matricolare e caratteristica, provvediamo all’aspetto finanziario, quindi alla gestione dei fondi assegnati alla nave, nella misura in cui decidiamo cosa comprare e in che quantità: derrate alimentari, strumenti e materiali tecnico-specialistici utili alle manutenzioni di bordo, acquisti generali (dal materiale di cancelleria a quello di pulizia, fino al materiale sportivo per il benessere dell’equipaggio), servizi necessari per assicurare l’ormeggio ed il disormeggio dell’unità… tutto ciò che concerne l’organizzazione delle soste in porti nazionali ed esteri. Chiaramente l’aspetto giuridico è competenza nostra: eventuali sinistri, infortuni, inchieste interne, monitoraggio di pratiche legali del personale.
Differenze fra terra e bordo. Come cambia il ruolo di Commissario?
A bordo è più difficile, perché il Commissario è l’unica figura – insieme ai suoi uomini, responsabile di tante realtà: materiali, sussistenza, servizi generali, dimensione amministrativa e legale. Lo stesso incarico, svolto a terra, è molto più settoriale, dipende dall’ufficio di destinazione. La caratteristica del Commissario è quella di lavorare molto dietro le quinte, in sordina. Ma la mole di lavoro è immensa, ed è per questo che tra Comandi di terra e navi si procede in sinergia. Su una nave il Commissario – come si usa dire in Marina – è sempre ‘in ruolo combattimento’ (NdR.: ‘in emergenza’). La garanzia del servizio mensa, ad esempio, non può essere una ‘prova’, dev’essere una certezza costante. In nave per i Commissari non ci sono ‘prove’: i cuochi devono cucinare ogni giorno, dobbiamo assicurare i viveri per ogni mensa, programmarne l’acquisto. Questo vale a 360 gradi: per il trattamento economico del personale, per l’aggiornamento matricolare e valutativo, e per qualsiasi tipo di richiesta d’acquisto o di servizio che ci viene avanzata. Certamente accanto alla pratica routinaria c’è, molto spesso, la pratica da trattare in emergenza. Soprattutto all’estero. Se c’è la necessità di cambiare posto d’ormeggio, di assicurare un servizio portuale piuttosto che un altro, oppure il trasporto di un eventuale malato in ospedale: sta a noi assicurare il servizio. Stesso dicasi per quanto concerne il materiale utile alle manutenzioni di bordo, da acquistare o far arrivare dall’Italia, i farmaci o le derrate alimentari, ma anche il ricambio del personale in entrata e uscita dal Paese estero. Per tutto questo, comunque, ci valiamo della collaborazione con i Commissari a terra, in Italia. Personalmente, credo che la differenza tra un Commissario impegnato negli enti a terra o a bordo delle unità navali, la faccia la ‘bellezza’ di vivere a bordo di una nave, l’orgoglio del sentirsi parte attiva di un ingranaggio che ruota, che si spezza se vieni meno. È il senso dell’essere ‘equipaggio’: il Comandante, il Commissario, il radarista, il plancista, il meccanico, i marinai… siamo tutti interconnessi, tutti fondamentali. Non possiamo fare a meno gli uni degli altri. A bordo ognuno di noi ha un incarico esclusivo: un’evenienza che, probabilmente, negli enti a terra si verifica meno. Questa consapevolezza ti fa sentire tanto il peso della tua responsabilità, tantissimo.
Come cambia il confronto con la normativa e il modus operandi all’estero?
Servono flessibilità e apertura mentale. Quest’attitudine non si impara, è frutto di indole personale e di esperienza. La soluzione nei momenti difficili resta la squadra: ci si fa forza tra colleghi, si conta gli uni sugli altri e le cose vengono da sé. La caratteristica del bordo è proprio questa, è la possibilità di confrontarsi in modo sincero e collaborare tutti in direzione dello stesso obiettivo. Durante questa navigazione ho l’occasione di lavorare molto con gli ship agent, riferimenti locali ai quali chiedo i servizi necessari. Con tutti loro ho stretto legami rispettosi e sinceri.
Navigazioni pregresse, esperienze significative?
Tra il 2017 e il 2019 sono stata sottordine al Commissario di bordo su nave Doria. Era un cacciatorpediniere, con un’organizzazione diversa rispetto a una fregata. Io mi occupavo strettamente della parte sussistenza, quindi della mensa e della parte materiali. La costante è che anche lì, su quella nave, ho lasciato un pezzo di cuore, e nel cuore porto le persone che hanno navigato con me. Eravamo impegnati nell’Operazione Mediterraneo Sicuro, abbiamo fatto scalo in molti porti esteri, siamo stati in Turchia, in Egitto. Sempre nel bacino Mediterraneo, sempre per attività operative. Sono esperienze che trascendono l’aspetto professionale e diventano bagaglio umano, arricchimento culturale. Il Paese che più mi ha colpita è stato lo Sri Lanka. Da marinai l’ottica è diversa rispetto a quella del turista: abbiamo intravisto la meraviglia paesaggistica di quel luogo da lontano, avvicinandoci con la nave, e siamo venuti a contatto con la genuinità di un popolo generoso senza calcolo, senza interesse. È impagabile. È il regalo della Marina Militare: l’opportunità di ‘vedere oltre’, di conoscere ciò che alla maggior parte delle persone resta ignoto. Noi non ci limitiamo a visitare Paesi, noi lavoriamo con loro. Questo ci porta a stringere legami profondi con culture e usanze che altrimenti, da semplici viaggiatori, potremmo solo ‘sfiorare’.
L’esperienza più provante? Professionalmente o umanamente.
Sono mamma di Edoardo, che ha un anno e mezzo. La cosa più difficile è stata sicuramente partire, ma anche ‘pareggiare le responsabilità’ da madre e da ufficiale. Anzi, da madre e da Commissario. Ho dovuto fare un esame di coscienza, ‘da Elena’ e ‘da tenente di vascello’. Mi sono detta: “Sei madre e sei moglie, e sei il Commissario di questa nave”. Sono due responsabilità indubbiamente diverse, entrambe importanti. La soluzione è la coscienza di dover dare tanto, sempre. Di dover essere ‘brava’ a districarmi tra le mie due anime. Se da un lato qui a bordo le giornate passano velocemente, grazie alle tante persone che mi vogliono bene e a un lavoro avvincente, dall’altro mi manca la mia famiglia, mio marito, mio figlio, che è la ragione della mia vita. Edoardo lo sento ogni giorno, lo vedo ogni giorno, anche se ‘pixelato’ in videochiamata. Mi sento chiamare ‘mamma’ e lui sente la mia voce… sono pochi minuti che possono valere più di una presenza quotidiana, quando magari, distratto da ciò che ti circonda, non dai valore a ciò che hai, e può sembrarti scontato. Ripeto: vince la qualità del tempo trascorso insieme rispetto alla quantità. Questo mi dà tranquillità e serenità. Parallelamente, l’altra squadra sulla quale faccio sicuro affidamento è la mia famiglia: so che a mio figlio non manca nulla. È a casa con mio marito. Inoltre, in tal senso, la tutela della Marina è massima: non siamo costretti all’imbarco, è stata una mia decisione.
Una ‘mamma di Marina’ ha una marcia in più?
C’è una trasmissione di vissuto, di esperienze, com’è accaduto tra me e il mio papà. Sicuramente avrò cose diverse da raccontare a mio figlio. Storie di confronto e di scoperta, di avventura e apertura mentale. Cose diverse, difficili e bellissime al tempo stesso. Faranno parte dei suoi valori. Magari non sarà semplice per lui interiorizzarli adesso, ma in futuro lo aiuteranno a costruire la sua strada, a percorrere ‘sentieri alternativi’, a bucare le apparenze per andare dritto all’essenza delle cose. In Marina s’impara a tener conto di ciò che non si vede nell’immediato. E a trovare una soluzione, ad arrivare in porto, anche se il vento è contrario.
Consiglierebbe di diventare Commissario di Marina?
Si, assolutamente. Nell’immaginario collettivo può non sembrare una figura avvincente al pari dell’elicotterista, del sommergibilista… però se manca il Commissario sarebbe difficile fare tante cose. Il mio Corpo è una parte fondamentale della Marina Militare: è lo sguardo consapevole sulla nave e su tutte le attività di bordo. È la certezza che per arrivare a un punto X, devono verificarsi determinate condizioni. E che se queste variabili non sussistono, vanno individuate altre strade, necessariamente. Ciò che si vede dall’esterno è la nave che entra in porto. Tutti la applaudono, ‘evviva, è tornato il Marceglia’, ed è emozionante oltre ogni dire. Ma dietro quel risultato c’è un Commissario che ha gestito tutto il necessario per dare appuntamento al rimorchiatore in un punto preciso, che ha pensato ad avvisare il pilota straniero dell’ormeggio e che ha organizzato la sua presenza a bordo per agevolare la manovra. Il Commissario non è l’uomo della ‘pacca sulla spalla’; è l’uomo del risultato tangibile, concreto. Rispetto a questo ruolo i risultati sono immediatamente visibili, nel bene e nel male: feedback istantaneo, massima responsabilità, minimo margine d’errore consentito, tendente a zero. La soddisfazione, di contro, è massima.
FONTE: Notiziario on line della Marina Militare









