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12 febbraio 1944: la più grave tragedia navale italiana nel Mediterraneo

13 Febbraio 2026

Dal sito Difesa on line il ricordo di una tragedia dimenticata

Il 12 febbraio 1944, al largo di Capo Sounion, nel Mar Egeo, si consumò una delle più grandi tragedie marittime della Seconda guerra mondiale. Il piroscafo Oria, carico di militari italiani internati dai tedeschi dopo il cosiddetto “armistizio” dell’8 settembre 1943, affondò durante una tempesta provocando oltre quattromila vittime. Un disastro rimasto a lungo ai margini della memoria collettiva nazionale.

L’Oria era un mercantile norvegese varato nel 1920 nei cantieri britannici di Sunderland per la compagnia Fearnley & Eger di Oslo. Con una stazza di circa 2.100 tonnellate, una lunghezza prossima agli 87 metri e una velocità attorno ai 10 nodi, svolse per anni regolare servizio commerciale.

Dopo l’occupazione tedesca della Norvegia nel 1940, la nave si trovava a Casablanca e venne internata. In seguito fu requisita dalle autorità della Francia di Vichy e ribattezzata Sainte Julienne. Nel 1942 tornò al nome originario e finì sotto controllo tedesco, impiegata per trasporti logistici nel Mediterraneo orientale, in un contesto ormai segnato dal progressivo arretramento dell’Asse.

L’8 settembre 1943 segnò la frattura definitiva tra l’Italia e la Germania nazista. Nelle isole dell’Egeo, in particolare nel Dodecaneso, migliaia di militari italiani furono catturati dalle forze tedesche e classificati come Internati Militari Italiani, privati dello status di prigionieri di guerra.

Tra l’autunno 1943 e l’inverno 1944 i tedeschi avviarono il trasferimento di questi internati verso il continente, destinandoli a campi di lavoro e Lager. Per tali trasporti furono utilizzate anche navi mercantili non progettate per il trasporto di grandi masse di persone.

L’11 febbraio 1944 l’Oria salpò da Rodi diretta al Pireo. A bordo si trovavano circa 4.000 militari italiani, oltre a un contingente di guardie tedesche e all’equipaggio greco-norvegese. I prigionieri erano stipati nelle stive in condizioni estremamente precarie, senza adeguate misure di sicurezza né sufficienti dotazioni di salvataggio.

La mattina del 12 febbraio 1944, mentre la nave navigava nelle acque agitate nei pressi di Capo Sounion, fu investita da una violenta tempesta. Il sovraccarico e le difficili condizioni meteorologiche resero impossibile mantenere il controllo dell’unità. Il mercantile si schiantò contro gli scogli nei pressi dell’isolotto di Patroklos e affondò rapidamente.

Il bilancio fu devastante. Oltre quattromila militari italiani persero la vita. I sopravvissuti furono pochissimi: alcune decine tra italiani, tedeschi e membri dell’equipaggio riuscirono a salvarsi. Per numero di vittime, il disastro dell’Oria rappresenta la più grave tragedia navale italiana della Seconda guerra mondiale e una delle più grandi catastrofi marittime mai avvenute nel Mediterraneo.

La riscoperta

Per decenni la vicenda rimase poco conosciuta, oscurata dalla complessità del dopoguerra e dalla difficile elaborazione della memoria legata agli Internati Militari Italiani. Solo nel 1999 il relitto fu individuato e identificato da un subacqueo greco nei pressi del luogo del naufragio.

Oggi l’Oria è considerata una tomba di guerra. Cerimonie commemorative si svolgono periodicamente in Grecia e in Italia per ricordare le vittime di quel trasferimento forzato, simbolo della sorte toccata a migliaia di militari italiani dopo l’armistizio.

La tragedia non fu soltanto un incidente marittimo dovuto al maltempo. Fu il risultato di una deportazione coatta, della scelta di utilizzare un mercantile inadatto al trasporto di migliaia di uomini e della drammatica condizione degli internati italiani nei territori occupati. Nel mare dell’Egeo, quel 12 febbraio 1944, affondò non solo una nave, ma una pagina dolorosa della storia militare italiana.

FONTE: Difesa on line

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