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Quando la forma è sostanza: l’uniforme delle Marine militari, veicolo di comunicazione ed esempio

9 Novembre 2025

Articolo di storia e approfondimento dal sito Ocean4Future a cura di Andrea Mucedola

Oggi, 4 novembre, l’Italia ricorda l’Armistizio di Villa Giusti che consentì agli Italiani di rientrare nei territori di Trento e Trieste e portare a compimento il processo di unificazione nazionale iniziato in epoca risorgimentale. Con il 4 novembre terminava la Prima Guerra Mondiale, una guerra sanguinosa, ricordata ancora come la Grande Guerra, quando soldati, marinai e avieri sacrificarono le loro giovani vite a difesa della Patria. Pochi anni dopo, il 4 novembre 1921, ebbe luogo la tumulazione del “Milite Ignoto”, nel Sacello dell’Altare della Patria a Roma e l’anno seguente il 4 Novembre fu dichiarato Festa nazionale. Una giornata che ricorda l’unità nazionale e tutte le Forze Armate; donne e uomini che ogni giorno, in silenzio, operano per la nostra sicurezza e benessere ricordandoci quei valori di amor patrio e sacrificio immutati nel tempo e che dovrebbero essere patrimonio di tutti i cittadini italiani. In tempi di spesso “esaltato” anticonformismo e trasgressione, l’importanza di questi valori è purtroppo spesso poco evidenziata, se non trascurata dai media, frutto di un indebolimento continuo della nostra società favorito dal mito di un progresso tecnologico che invece sta già mostrando punti deboli. Siamo entrati nell’Era dell’informazione, ahimè troppo spesso sinonimo di ignoranza, in cui si è data l’illusione alle nuove generazioni che la sapienza possa essere ottenuta solo con un semplice clic del computer. Qualcuno può ricordare il mito di Theuth, descritto nel dialogo di Platone, scritto quasi 24 secoli fa1, che metteva in guardia dalla tendenza perniciosa di confondere la conoscenza (insieme di nozioni) con la sapienza ovvero la capacità di comprenderle, interpretarle e applicarle con saggezza.

Il mito dell’asino come simbolo dell’ignoranza – illustrazione per la voce “Asino” nel Dizionario Infernale di Collin de Plancy – autore Louis Le Breton

Come sottolinea Fabrizio Tonello nel suo saggio, “L’età dell’ignoranza“, ” Fino ad oggi la Terra non è stata guarita dalle sue povertà, violenze, disuguaglianze, problemi alimentari e ambientali grazie a internet: l’immensa banca dati che oggi abbiamo a portata di mano non potrà mai sostituire l’attività critica della Ragione e ancor meno l’azione collettiva.“. Purtroppo tutti i settori sociali sono colpiti da questa “malattia”, dalla scuola agli enti pubblici, dove valori come solidarietà, sacrificio per il benessere di tutti ed abnegazione sono spesso ignorati, essendo scomodi in una società che in realtà non è interessata all’essere ma all’avere, magari con il minimo sacrificio, dimenticando che la forma è sostanza. Mi fermo qua, per non voler andare oltre.

Il valore dell’Uniforme

L’approfondimento di oggi è sul valore dell’uniforme, caratteristica dei militari ma anche, sottolineo, di tutti i servitori dello Stato che, per rispetto per coloro che li hanno eletti, dovrebbero mantenere una sobrietà ed esempio per tutti. Se, come ho anticipato, parlare di valori come Patria e Onore è considerato da alcuni anacronistico, figurarsi parlare di uniformi militari; un uso legato a tempi passati, considerato da alcuni secondario rispetto alle esigenze di impiego dei reparti operativi (quasi questi due concetti non potessero andare insieme); l’attenzione alla cura della persona, in tutte le sue forme, sembrerebbe sia diventata quasi un ostacolo alla necessità di mantenere il passo con una modernità decadente che ha sostituito l’Uomo con la macchina. In questo contesto generale si osserva una generale “rilassatezza” formale che ha portato nel tempo ad una trascuratezza che mal si addice a qualsiasi militare o dipendente pubblico che, con il loro esempio, dovrebbero richiamare valori come esempio, ordine, efficienza e correttezza nei modi e nei costumi. In particolare, nel caso delle Forze Armate, l’uniforme non va vista come semplice capo di vestiario, ma come veicolo con cui un militare, di qualsiasi grado, non solo comunica il suo ruolo e la sua posizione gerarchica ma offre un esempio di efficienza, al servizio del Paese per il benessere comune. Dimostrazioni di sciatteria, al di là degli aspetti disciplinari, sono quindi indici di scarso rispetto per quei valori che hanno sempre distinto i militari nei secoli, severi in primis verso sé stessi, testimoni di una “forma mentis” basata su educazione e rispetto reciproco. L’uso corretto dell’uniforme è quindi la più visibile “forma esteriore” che distingue il militare; un simbolo che, senza alcuna retorica, deve essere considerato un indice caratteristico della persona che la indossa, esponendo non solo sé stesso ma anche la Forza Armata a cui appartiene al giudizio altrui. L’indossarla con decoro, orgoglio e serietà fornisce un modello sociale che richiama concetti come ordine, correttezza e buona educazione.

L’uniforme della Marina

Essendo OCEAN4FUTURE un giornale dedicato alla cultura del mare, oggi racconterò come nacque l’uso dell’uniforme nell’ambito delle marine militari, in seguito mutuato da quelle mercantili. Tutto nacque ai tempi d’oro delle marine veliche con la prima vera regolamentazione che nacque in Inghilterra nel 1740.

Insignia sailors and officers of the Royal Navy from 1787 to 1833 .. The illustration on a white background.

Insegne dei marinai e degli ufficiali della Royal Navy dal 1787 al 1833

La British Royal Navy, dopo secoli di gestione discutibile al limite del piratesco, iniziò una riforma intesa a regolarizzare radicalmente la gestione dirigenziale del personale della Marina. Lo fece partendo proprio dall’uso delle uniformi che, come dice la parola, dovevano essere “uniformi”, abbandonando quell’insieme di fantasiose arlecchinate legate allo status sociale; per quanto può apparire minimale, fu il primo passo verso la professionalizzazione dello status dei militari, partendo dagli Ufficiali di bordo che, prima del 1740, erano prescelti solo in funzione del loro status sociale. Fu così che gli ufficiali della Marina di Sua Maestà adottarono uniformi distintive color blu scuro, non per eleganza ma per motivi pratici, al fine di ridurre gli effetti dell’usura dovuta al maltempo al quale erano soggetti.

La divisa blu divenne quindi uno standard in primis per gli ufficiali di marina ed in seguito per tutto il personale dipendente, diffondendosi nel tempo in tutte le marine.

Una pietra miliare fu l’emanazione, nel 1748, di diversi regolamenti per le uniformi degli ufficiali di marina da parte di Lord Anson: essi avrebbero dovuto indossare categoricamente la stessa uniforme, indipendentemente dal loro rango sociale, distinguendo gli incarichi solo con i ricami posti sulle maniche (gradi) e sul colletto (gradi e funzioni). Va compreso che non si trattò solo di un tentativo di uniformare le innumerevoli e fantasiose varianti esistenti, ma di identificare attraverso il grado indossato un ruolo giuridico sempre più vincolante.

Ed in Italia?

Nella penisola italiana la prima marina militare ad adottare questa regola fu quella della Serenissima, nel 1775, con una riforma fortemente voluta dall’ammiraglio veneziano Angelo Emo (nel quadro sottostante) di modernizzazione della flotta e del suo personale.

Al di là dello status militare, uniformare la foggia delle loro divise fu anche un modo indiretto di eliminare privilegi familiari non rari nella Serenissima (ma anche nelle altre marine della penisola); non era infatti raro che ricche famiglie pagassero grandi somme di denaro al fine di dare un titolo militare ai loro rampolli che purtroppo non erano sempre all’altezza dei compiti assegnati.

Alla fine del XVIII secolo l’uso dell’uniforme si diffuse quindi in tutti Paesi marittimi, con l’introduzione prima delle spalline e poi di gradi similari cuciti sulle maniche che si perfezionarono nel XX secolo con l’introduzione del famoso “giro di bitta” ovvero quell’occhiello posto nella linea superiore dei distintivi di grado, inizialmente per gli ufficiali di stato maggiore. Altri fregi furono inseriti per poter distinguere le diverse funzioni (ufficiali di macchina, commissari e medici). La creazione delle regolamentazioni favorì la formazione di personale di carriera, certamente più idoneo ad assolvere gli incarichi di bordo, fatto crescere con corsi professionali che di fatto ne selezionavano la qualità prima e durante l’imbarco; nacque così la figura del “Naval Officer”, l’ufficiale gentiluomo, che si allargò presto in tutta l’Europa, nel Nuovo Mondo fino all’estremo Oriente, dove le uniformi degli Ufficiali e dei marinai in qualche maniera ebbero una matrice similare.

Un modello, quello dell’ufficiale professionista, trasmesso ai propri dipendenti, attraverso un0educazione lunga e continua, che dura ancora ai giorni nostri, sia nel ramo militare che marittimo, ed è caratterizzato da regole e comportamenti ben precisi, in cui la forma è ancora sostanza. Questi uomini, secondo una consolidata definizione, venivano definiti gentiluomini, “lindi dentro e lindi fuori, capaci di vincere senza disperarsi e sempre rispettosi e riguardosi per gli altri, coraggiosi per non mentire, troppo generosi per ingannare e troppo sensibili per oziare”. In una società moderna in cui il cattivo gusto è visto come libertà personale, ritrasmettere questi valori ai giovani, sarebbe forse troppo da pretendere?

Andrea Mucedola

1 Platone, nel Fedro, fa raccontare da Socrate il mito di Theuth, dio egizio dell’arte dei mestieri nonchè inventore della scrittura, che si presenta al re egizio Thamus proponendo la sua invenzione come l’invenzione che avrebbe reso gli uomini migliori e più saggi. Il saggio Thamus gli ricorda che leggere gli scritti altrui non aiuta a comprendere, solo l’elaborazione critica di ognuno attraverso l’oratoria può aiutare a comprendere. Il rischio è quello di essere sapienti solo nella propria immaginazione, vivendo un immobilismo intellettuale che si basa solo su ciò che si legge. Non è quello che succede a molti leoni di tastiera dei social?.

Bibliografia

Clowes William Laird, Markham
Robert, Mahan Alfred Thayer Wilson Herbert Wrigley (1897–1903). The Royal Navy, a history from the earliest times to present. Vol. I. London, Samson Low, Marston, Co.
Tullio Pizzetti, Con la bandiera del protettor San Marco. La marineria della Serenissima nel Settecento e il contributo di Lussino, Campanotto Editore, 1999
Comando Flottiglia Corvette, Etica e portamento, manuale ad uso dei frequentatori della Scuola Comando navale, edizione 1993

Alcune delle immagini presenti possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo.


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FONTE: Ocean4Future

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