Un articolo di storia dal sito Ocean4Future a cura di Francesco Caldari

L’incendio e il successivo ribaltamento della SS Normandie (ribattezzata USS Lafayette), avvenuti il 9 febbraio 1942 presso il Pier 88 nel porto di New York, rappresentano uno degli eventi più drammatici e controversi della storia del fronte interno americano durante la Seconda Guerra Mondiale.

SS Normandie ormeggiata al Pier 88 di New York il 20 agosto 1941- 80-G-410223
La SS Normandie era un transatlantico di lusso francese catturato agli ufficiali di Vichy. Si trattava all’epoca della nave più grande e veloce del mondo, che, opportunamente trasformata per lo sforzo bellico statunitense, sarebbe stata capace di ospitare fino a 10.000 uomini per ogni viaggio, per sostenere lo sforzo bellico sui fronti che impegnavano gli USA. Proprio mentre era in fase di conversione in nave da trasporto militare, scoppiò un incendio durante alcuni lavori di saldatura. Per domare le fiamme, i vigili del fuoco e le navi antincendio vi riversarono circa 6.000 tonnellate d’acqua; il peso eccessivo rese la nave instabile, facendola sbandare di 30 gradi fino a farla capovolgere sul fianco nel fiume Hudson. Sebbene le indagini ufficiali dell’FBI e della Marina Statunitense (USN) conclusero che la causa fu un incidente fortuito causato da una scintilla di una torcia acetilenica, il clima dell’epoca alimentò immediatamente sospetti di sabotaggio nazista.

Il SS Normandie / USS Lafayette (AP-53) in fiamme a New York – Fonte https://www.navsource.net/archives/09/22/22053.htm – Autore Archivi Nazionali degli Stati Uniti Normandie fire.jpg – Wikimedia Commons
Solo pochi mesi prima era stato smantellato il Duquesne Spy Ring, la più grande rete di spionaggio tedesca negli Stati Uniti (33 agenti tedeschi furono condannati a seguito del processo), impegnata nella raccolta e nella trasmissione alla Germania nazista di informazioni estremamente sensibili, inclusi segreti militari e dati dettagliati sui movimenti e le posizioni delle navi alleate. Contestualmente gli U-boat nazisti stavano affondando numerosissime navi mercantili lungo la costa orientale (nei soli primi tre mesi successivi a Pearl Harbor, le forze sottomarine dell’Asse affondarono 120 navi mercantili lungo la rotta atlantica).

Nel giugno successivo, l’Operazione Pastorius rappresentò l’unico tentativo significativo di sabotaggio su larga scala pianificato dalla Germania nazista all’interno degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale. Otto sabotatori tedeschi, addestrati dall’Abwehr (l’intelligence militare tedesca) sbarcarono da due sottomarini sulle coste americane (uno non distante da New York, a Long Island), seppure la loro missione si rivelò un clamoroso fallimento per l’arresto di tutti i componenti. Tale minaccia concretizzatasi sul suolo patrio e la perdita della Normandie/Lafayette furono rispettivamente un campanello d’allarme ed un duro colpo per lo sforzo bellico alleato, lanciando chiari segnali alle autorità navali, che temevano di non avere il controllo effettivo delle coste e del porto di New York. L’incidente della Normandie dimostrò quanto i moli fossero vulnerabili e evidenziò, di fronte ad una certa omertà dei lavoratori, come le agenzie federali non avessero la capacità di penetrare nelle comunità di operai e scaricatori di porto italo-americani, dominate dalla criminalità organizzata. Fu così che l’ONI (Office of Naval Intelligence) della Marina avviò l’Operazione Underworld.
Protagonista fu Charles Radcliffe Haffenden, un veterano della riserva navale della Prima Guerra Mondiale. Richiamato in servizio, fu posto a capo della sezione investigativa (B-3) dell’Intelligence Navale (ONI) per il Terzo Distretto Navale, che copriva New York, il New Jersey e il Connecticut. Haffenden scelse come suo quartier generale una suite dell’elegante Times Square Astoria Hotel. Il suo capo era un altro veterano, Roscoe MacFall. Il 7 marzo 1942, il Comandante MacFall si incontrò con il procuratore distrettuale di New York Frank Hogan, che lo mise in contatto con Murray Gurfein, il capo del New York Rackets Bureau.

Quello che successe dopo rimase top secret fino al 1977, quando lo scrittore Rodney Campbell si imbatté in un rapporto investigativo classificato risalente al 1954, mentre sistemava gli archivi del governatore Thomas E. Dewey, foto in alto, un nome che ritornerà nel corso del nostro racconto. Quel rapporto di 101 pagine era un riassunto di oltre 3.000 pagine di testimonianze che raccontavano nei dettagli come la Marina fosse finita coinvolta in quello che venne chiamato “Progetto Underworld”. MacFall affidò la gestione quotidiana delle operazioni al comandante Haffenden, un tipo tutto pepe e sicuro di sé. Gli storici lo descrivono come un ufficiale poco ortodosso, dotato di grande immaginazione e dedizione, ma anche “duro” e talvolta “senza scrupoli”. Era un appassionato di spionaggio e tendeva a vedere ogni informazione in termini cospiratori. Come molti del suo mestiere, non aveva riserve morali nel trattare con figure discutibili. Dichiarò apertamente: “parlerò con chiunque… un prete, un direttore di banca, un gangster, il diavolo in persona, se posso ottenere le informazioni di cui ho bisogno“.
La decisione dell’ONI fu di sollecitare attori non statali – certo non per una preferenza ideologica – bensì a causa della necessità tattica generata dal fallimento dei canali istituzionali convenzionali nel penetrare un ambiente sociale – come abbiamo accennato – ostile e compartimentato, formato da una popolazione culturalmente isolata e naturalmente sospettosa delle autorità federali, che rendeva impossibile la raccolta di informazioni critiche. Si ritenne inevitabile il ricorso a intermediari criminali. La logica operativa dell’ONI si basò sulla conversione di una gerarchia criminale preesistente in un apparato di sicurezza sussidiario. La selezione seguì un criterio di controllo territoriale: inizialmente Joseph “Socks” Lanza e di seguito Charles “Lucky” Luciano come garanti strategici e vertici della “Commissione” capace di unificare le diverse fazioni criminali sotto un unico obiettivo bellico.
Joseph “Socks” Lanza era un esponente di spicco della criminalità organizzata newyorkese, nato a Palermo ed “uomo d’onore” della famiglia criminale di Luciano (che in seguito sarebbe diventata la famiglia Genovese). Il soprannome “Socks” gli fu affibbiato per la forza devastante dei suoi pugni (dall’inglese to sock, colpire con forza), capace di mandare al tappeto chiunque gli si opponesse. Dagli anni ’20 ai ’30, Lanza esercitò un controllo dittatoriale sul Fulton Fish Market, allora il più grande centro di distribuzione di pesce fresco al mondo. Nessuna imbarcazione poteva entrare o uscire dal mercato senza pagare un tributo (solitamente 100 dollari) e Lanza controllava l’assunzione dei lavoratori e i prezzi attraverso il sindacato United Seafood Workers (in una circostanza, aggredì fisicamente il leader sindacale Harry Bridges, che cercava di agitare i lavoratori portuali, costringendolo ad abbandonare i suoi piani). Lanza accettò di aiutare il comandante Charles Haffenden, dichiarando: “fatemi sapere dove volete che siano fatti i contatti, o cosa volete, e io eseguirò“. Organizzò i pescatori affinché segnalassero avvistamenti di U-boat o attività sospette, fornì tessere sindacali a circa una dozzina di agenti dell’ONI per infiltrarli come lavoratori sui moli e permise alle squadre di intelligence di accedere a edifici tramite i suoi contatti con i sovrintendenti portuali (furono condotte circa 50 operazioni coperte come effrazioni in uffici di sindacati sospetti). Haffenden si avvaleva di una squadra dedicata, formata da agenti che gli studiosi del caso non hanno esitato a definire “pittoreschi”, molti dei quali italoamericani esperti nei dialetti siciliani.
Sebbene Lanza fosse influente, si rese conto che la sua autorità non bastava a controllare l’intero waterfront, specialmente le aree dominate da altre fazioni o da mafiosi irlandesi. Egli soffriva inoltre di un limite d’autorità: era sotto indagine per estorsione e molti lavoratori sospettavano che fosse diventato un informatore del procuratore distrettuale, rifiutandosi di collaborare pienamente con lui. Fu proprio Lanza a suggerire alla Marina di rivolgersi a Lucky Luciano, allora detenuto a Dannemora (carcere noto come “la piccola Siberia”), l’unico boss capace di “far schioccare la frusta” in tutto il mondo sotterraneo di New York. Egli partecipò anche al primo incontro per convincere Luciano ad accettare il patto con il governo. Nel frattempo nel gennaio 1943 Lanza fu condannato a una pena da 7 a 15 anni per l’estorsione di cui abbiamo detto, lasciando Haffenden amareggiato per aver perso il suo alleato più attivo.
La “discesa in campo” di un “pezzo da novanta” come Luciano gravò ulteriormente il peso dell’ingerenza mafiosa. Luciano – cresciuto nella Lower East Manhattan di New York dopo essere immigrato con la famiglia da Lercara Friddi (Palermo) – in un ambiente criminale etnicamente compartimentato – non si fece problemi a legarsi con giovani delinquenti ebrei. Con il loro ausilio, per risalire i vertici dell’organizzazione mafiosa sfruttò una guerra fratricida tra vecchi padrini siciliani. Per la sua visione imprenditoriale Luciano è considerato il padre della Mafia moderna, per aver istituito nel 1931 “la Commissione”, l’organo di governo che riuniva i capi delle Cinque Famiglie di New York e di altre città per regolare le dispute ed evitare guerre tra bande. Nel 1936, Luciano fu però processato e condannato per il solo sfruttamento della prostituzione. Il procuratore Thomas E. Dewey ottenne per lui una condanna dai 30 ai 50 anni di carcere, la più lunga mai inflitta all’epoca per quel tipo di reato.
Nonostante la detenzione, Luciano continuò a guidare il suo impero criminale attraverso i suoi luogotenenti Frank Costello e Vito Genovese. Va detto che l’impatto dell’Operazione Underworld sulla sicurezza portuale fu immediato, trasformando i moli di New York in una zona ad alta sorveglianza. La Mafia non si limitò a fornire informazioni, ma impose un regime di ordine para-militare laddove lo Stato aveva fallito. Gli scioperi, precedentemente frequenti e paralizzanti per il carico bellico, cessarono completamente. L’ordine giunse direttamente da Luciano, trasmesso tramite i suoi legali a figure come Albert Anastasia, uno dei suoi fedelissimi, garantendo una continuità logistica senza precedenti. Sotto il controllo mafioso, i furti di forniture belliche e la violenza inter-sindacale subirono una drastica riduzione. La criminalità organizzata agì come un’estensione informale del potere esecutivo, stabilizzando il waterfront per l’intera durata del conflitto.
Il “successo” di tale attività spinse l’ONI a utilizzare i contatti di Luciano per interrogare immigrati siciliani a New York, raccogliendo foto, mappe e nomi di mafiosi locali antifascisti che potessero aiutare le truppe americane durante lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky). La leggenda narra che lo stesso Luciano chiese – senza fortuna – di essere paracadutato in Sicilia per aiutare lo sforzo bellico statunitense. Taluni storici enfatizzano l’ausilio della componente mafiosa una volta conquistata l’isola dagli alleati.
Tornando al porto di New York, dobbiamo doverosamente riportare una teoria inquietante, che suggerisce che l’incendio della SS Normandie/USS Lafayette sia stato deliberatamente causato da Albert Anastasia. Secondo alcune testimonianze, la Mafia avrebbe orchestrato il sabotaggio proprio per terrorizzare la Marina e costringerla a cercare la sua protezione per garantire la sicurezza del porto.

Certo è che, a guerra conclusa, Lucky Luciano (foto in alto) passò “all’incasso”: il governatore Thomas E. Dewey (colui che lo aveva perseguito e ne aveva ottenuto la condanna) decise di commutare la pena, basandosi sul parere del New York State Parole Board (Commissione per la libertà condizionale), che lo raccomandò ufficialmente e all’unanimità, basando la decisione su un’indagine approfondita che confermò il “servizio patriottico” di Luciano durante il conflitto. Lo stesso Comandante Charles R. Haffenden fu il sostenitore più esplicito. Su richiesta dell’avvocato di Luciano, Moses Polakoff, Haffenden scrisse un memorandum in cui definì “grande” il contributo del boss e affermò che gran parte dell’intelligence sviluppata per la campagna di Sicilia derivava direttamente dai contatti forniti da Luciano.
I vertici della Marina statunitense a Washington cercarono in seguito di insabbiare l’intera vicenda, distruggendo file e ordinando a Haffenden di non rilasciare ulteriori dichiarazioni per evitare l’imbarazzo pubblico di aver collaborato con la criminalità organizzata. Solo con il Rapporto Herlands del 1954 (declassificato e reso pubblico nel 1977) il valore effettivo di queste testimonianze fu confermato ufficialmente: l’intervento di Luciano fu la causa diretta della cessazione degli scioperi e dei disordini sindacali, garantendo la sicurezza e l’efficienza del porto di New York durante il conflitto.
La decisione del governatore Thomas E. Dewey fu assai furba: la pena residua venne cancellata, ma Luciano fu rispedito in Italia, con il divieto di rientrare negli USA.
Gli storici non esitano a definire come “scellerato” il patto tra Intelligence della Marina statunitense ed il Capo della Commissione Mafiosa: un compromesso che ha risolto un’emergenza tattica creando un debito strategico a lungo termine. La commutazione della pena di Luciano da parte del Governatore Dewey nel 1946 fu il prezzo politico pagato per questa cooperazione. La sua remigrazione in Italia gli permise di riorganizzare le rotte globali del contrabbando, gettando le basi per la “Sicilian Connection” e il traffico internazionale di eroina nel dopoguerra, che appesterà anche gli USA.
Se dal punto di vista dell’intelligence l’iniziativa fu un successo tattico innegabile, proteggendo i porti nazionali dalla minaccia dei sabotatori dell’Asse, i costi strategici furono notevoli. La “strana” alleanza alimentò la resurrezione del potere mafioso sia negli Stati Uniti che in Sicilia, alterando l’assetto politico e criminale del secondo dopoguerra, dimostrando come vittorie tattiche ottenute tramite alleanze spurie possano trasformarsi in sconfitte strategiche di lungo periodo.
Francesco Caldari
Bibliografia
Rodney Campbell, The Luciano Project: The Secret Wartime Collaboration of the Mafia and the US Navy , New York, McGraw-Hill, 1977. ( ISBN 0-07-009674-0 )
Tim Newark, alleati della mafia. The True Story of America’s Secret Alliance with the Mob in World War II , Saint Paul, Zenith Press, 2007. ( ISBN 0-7603-2457-3 )
Lupo, Salvatore (2009). History of the Mafia, New York: Columbia University Press, ISBN 978-0-231-13134-6
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Andrea Mucedola
Ammiraglio della Marina Militare Italiana (riserva), è laureato in Scienze Marittime della Difesa presso l’Università di Pisa ed in Scienze Politiche cum laude all’Università di Trieste. Analista di Maritime Security, collabora con numerosi Centri di studi e analisi geopolitici italiani ed internazionali. Ricercatore subacqueo scientifico dal 1993, nel 2019, ha ricevuto il Tridente d’oro dell’Accademia delle Scienze e Tecniche Subacquee per la divulgazione della cultura del mare. Fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Atlantide e della Scuola internazionale Subacquei scientifici (ISSD – AIOSS).
FONTE: Ocean4Future
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