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Operazione Meridian: quando la Royal Navy tornò nel Pacifico

30 Maggio 2025

Un articolo di storia dal sito Difesa on line a cura di Lorenzo Lena

Nel gennaio 1945 erano trascorsi tre anni da quando le forze britanniche erano state cacciate da ogni possedimento coloniale dell’Estremo Oriente. Hong Kong, Malesia, Singapore, Birmania, erano cadute in pochi mesi davanti all’avanzata nipponica e la flotta britannica era stata annientata dall’aviazione giapponese. Una sequenza di disastri che aveva lasciato attonito il governo di Londra, che peraltro poco poteva fare per rimediare alla situazione, impegnato nell’Atlantico, nel Mediterraneo, in Nord Africa e poi in Europa. Con la guerra ormai indirizzata verso una vittoria che sarebbe stata principalmente statunitense nel Pacifico e sovietica sul continente, si imponeva la necessità politica di dimostrare che l’Impero era ancora in grado di combattere autonomamente contro i suoi avversari.

Scontrandosi con l’opposizione dei vertici militari americani, in particolare con il capo delle operazioni navali Ernest King – che non aveva la minima intenzione di distrarre risorse per sostenere una non necessaria operazione britannica – Churchill riuscì a ottenere nel settembre 1944, alla conferenza Octagon a Québec, che la nuova British Pacific Fleet (BPF) che si andava formando al largo di Ceylon prendesse parte attiva alla guerra in Asia al comando di due degli eroi della Royal Navy, l’ammiraglio Bruce Fraser, famoso per avere distrutto l’incrociatore tedesco Scharnhorst nell’Artico, e il viceammiraglio Philip Vian, che nel 1940 aveva condotto uno spettacolare – e controverso – arrembaggio della nave tedesca Atlmark nelle acque neutrali norvegesi liberando centinaia di marinai inglesi che vi erano rinchiusi.

La BPF sarebbe stata la più imponente flotta britannica dai tempi dello Jutland, composta da dieci portaerei, due navi da battaglia e decine di unità minori. Riguardo alla componente aeronavale, le critiche di King sull’aiuto che gli Stati Uniti avevano dovuto fornire non erano del tutto immeritate. I gruppi d’attacco erano composti da caccia Corsair, Hellcat e Avenger (foto seguente), tutti di produzione americana e anche buona parte dei piloti era stata addestrata negli USA. Le portaerei classe Implacable e Illustrious, invece, erano di produzione britannica, in grado di trasportare meno velivoli delle controparti americane ma nettamente più corazzate e in grado di assorbire danni maggiori. Il più noto caccia navale britannico, il Seafire, venne impiegato per la protezione diretta della flotta e non prese parte a operazioni offensive.

Il battesimo del fuoco per i molti piloti che non avevano avuto precedenti esperienze fu il doppio attacco alle raffinerie di petrolio nei pressi di Palembang, sull’isola occupata di Sumatra. Queste fornivano una grossa parte del carburante utilizzato dalle forze aeree nipponiche e l’obiettivo, già inutilmente colpito dall’USAAF (United States Army Air Forces) nei mesi precedenti, era difeso da campi di aviazione, batterie antiaeree e da un complesso di palloni frenati. Trovandosi nel cuore del territorio giapponese, l’abbattimento di un aereo avrebbe comportato inevitabilmente la morte o la cattura dell’equipaggio, anche se in teoria era previsto un servizio di salvataggio per mezzo di idrovolanti e sommergibili. Le operazioni, Meridian 1 e 2, sarebbero state svolte condizioni meteo permettendo durante il trasferimento della flotta verso l’Australia, da dove poi si sarebbe riunita alla flotta americana di Chester Nimitz per l’ultima fase della guerra.

Il primo attacco, ritardato di alcuni giorni dal maltempo, fu sferrato il 24 gennaio e articolato in modo che fossero colpiti per primi i campi di aviazione, per impedire ai caccia giapponesi di alzarsi in volo. Con una tempistica abbastanza precisa, la forza d’attacco raggiunse poi i bersagli principali incontrando la durissima reazione nemica. Non tutto si svolse nel migliore dei modi, soprattutto i caccia di scorta tendevano troppo spesso a abbandonare i bombardieri per lanciarsi in combattimenti contro i velivoli nipponici. Al termine dell’incursione, una trentina di aerei risultò abbattuta o costretta a ammarare per i danni riportati.

Cinque giorni dopo fu il turno della raffineria secondaria di Soengei Gerong. L’elevato numero di perdite fu dovuto ancora una volta alla scarsa coordinazione tra caccia di scorta e bombardieri, come al fatto che i giapponesi si attendevano questa seconda operazione e avevano rinforzato le difese. Nonostante questo, i danni inflitti agli impianti furono significativi e ridussero in modo considerevole la fornitura di carburante alle forze giapponesi nella regione (sebbene sia dibattuto se questa riduzione sia stata dovuta ai raid aerei o alla strage di navi da trasporto che stava venendo compiuta dai sommergibili americani). Un tentativo di attacco alla flotta, realizzato anche con unità suicide, fu neutralizzato.

Nel complesso, i raid su Sumatra furono un brutale battesimo del fuoco per le forze aeronavali del Commonwealth (oltre ai britannici erano presenti australiani, neozelandesi e canadesi) e misero alla prova sia i piloti, per la maggior parte ragazzi di circa vent’anni appena usciti da un lungo percorso di addestramento, sia gli equipaggi delle navi, che sperimentarono la brutalità di tecniche d’attacco mai incontrate in Europa.

Palembang servì anche a smentire le preoccupazioni anglofobe di King, dimostrando che la Royal Navy era in grado di operare autonomamente nel Pacifico, sebbene con risorse e mezzi numericamente ridotti e di produzione statunitense. Nei mesi successivi avrebbe continuato a combattere sempre più vicino al Giappone, compiendo estenuanti raid quotidiani di estrema pericolosità su piste di volo e installazioni militari del Giappone metropolitano, oltre a assicurare parte della protezione a largo raggio contro le incursioni suicide al largo di Okinawa.

Alcune navi vennero colpite anche l’8 maggio, mentre in Europa si festeggiava la fine della guerra, e diversi piloti, come il ventiduenne Walter “Wally” Stradwick, morirono in Giappone meno di un mese prima della fine del conflitto.

La “Forgotten Fleet”, la flotta dimenticata sia dalla cronaca contemporanea sia dalla storiografia successiva, aveva realizzato l’imperativo di ritornare in Asia prima che gli Stati Uniti ottenessero una vittoria esclusiva. Il 2 settembre, all’atto di resa del Giappone a bordo della USS Missouri, Bruce Fraser era presente come rappresentante del Regno Unito (dopo essere miracolosamente scampato a un attacco suicida al largo delle Filippine, mentre era a bordo di una corazzata americana, spostatosi di pochi metri per parlare con il viceammiraglio Jesse Oldendorf. Il tenente generale Herbert Lumsden, inviato personale di Churchill, non fu altrettanto fortunato e divenne l’ufficiale britannico di più alto grado ucciso in azione).

Terminate le operazioni, le ultime attività della British Pacific Fleet videro il rimpatrio di migliaia di prigionieri di varia nazionalità appena liberati dai campi giapponesi in tutta l’Asia orientale. A dimostrazione delle diverse percezioni sui molteplici fronti di guerra, Fraser ottenne il titolo di “Primo Barone di Capo Nord” come ricompensa per la sua vittoria sulla Scharnhorst, mentre la sua conduzione di una intera flotta nel Pacifico rimane storicamente poco conosciuta.

FONTE: Difesa on line

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