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La NATO redistribuita: più responsabilità europea ma stesso controllo americano

21 Febbraio 2026

Dal sito Analisi Difesa un articolo interessante a cura di Maurizio Boni

All’indomani della 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Washington ha confermato una riconfigurazione della struttura di comando della NATO che, nei mesi precedenti, si era già cominciata a delineare.

L’Italia assumerà la guida del Joint Force Command di Napoli, il Regno Unito quella del JFC Norfolk in Virginia, entrambi attualmente a guida americana, mentre il JFC Brunssum nei Paesi Bassi, già sotto comando europeo a rotazione tra Italia e Germania, viene ora affidato stabilmente a Germania e Polonia, le due potenze che si contendono il primato del più potente esercito europeo nel quadro del confronto militare con la Russia.

Il risultato complessivo è che tutti e tre i comandi operativi interforze, che sono i quartier generali a quattro stelle responsabili della pianificazione e condotta delle operazioni dell’Alleanza, saranno guidati da europei, se accettiamo il fatto che la Gran Bretagna sia una nazione europea.

La scelta di assegnare Brunssum a Berlino e Varsavia non è casuale né priva di significato strategico. Il JFC Brunssum ha responsabilità sull’asse strategico nord-orientale, che comprende i Paesi baltici, la Polonia e l’Europa orientale, il fronte più caldo, in chiave di deterrenza convenzionale verso Mosca, dell’intera architettura difensiva dell’Alleanza.

Inoltre, Germania e Polonia sono le due nazioni che, nel contesto europeo, investono più risorse nell’ammodernamento delle forze terrestri e aspirano a esercitare un ruolo di leadership militare sul fianco orientale della NATO.

Affidare loro la guida del comando operativo più direttamente proiettato su quel teatro ha dunque una logica di coerenza geografica e strategica. Analogamente, è tutt’altro che sorprendente che l’Italia assuma il comando di JFC Napoli: la nostra nazione guarda naturalmente al Mediterraneo, al Nord Africa e ai Balcani, regioni che rientrano pienamente nell’area di responsabilità di quel quartier generale. L’area di responsabilità del comando di Norfolk comprende l’Atlantico settentrionale e l’Artico.

Ma il riassetto dei comandi operativi non è stata l’unica mossa di disimpegno americano annunciata in questo periodo. A gennaio 2026, Washington aveva già comunicato la decisione di non sostituire circa duecento posizioni di personale statunitense operante in settori considerati “di nicchia” dell’architettura NATO: i trenta Centri di eccellenza, il NATO Intelligence Fusion Centre in Gran Bretagna, e il NATO Special Operations Headquarters (NSHQ) a Mons (Belgio). Il messaggio agli alleati europei appare chiaro: assumetevi maggiori responsabilità operative e colmate i vuoti lasciati dalle posizioni americane non rinnovate.

Una scuola di pensiero per il burden sharing

La ristrutturazione dei comandi NATO non è un episodio isolato, bensì l’applicazione concreta di una visione strategica che da anni sta guadagnando terreno nei circoli della politica estera americana.

Già nel maggio 2021, Stephen M. Walt, professore alla Harvard Kennedy School e teorico di spicco della scuola realista delle relazioni internazionali, aveva delineato in un articolo su i contorni di quello che definiva un modello di egemonia offshore, vale a dire una riconfigurazione strutturale in cui gli Stati Uniti riducono drasticamente la presenza militare fisica in Europa pur mantenendo il controllo strategico dell’alleanza.

La proposta di Walt non contemplava l’abbandono dell’egemonia americana sul continente europeo ma, piuttosto, la sua ottimizzazione economica.

Gli europei avrebbero dovuto assumersi il peso principale della difesa regionale, con Washington che passava dal ruolo di “primi soccorritori” a quello di “alleati di ultima istanza”. Nel tempo, prevedeva Walt, un europeo avrebbe potuto assumere il comando supremo della NATO, segnalando un trasferimento del comando operativo ma non del controllo strategico.

Cruciale in questa visione era un nuovo patto transatlantico: l’Europa riceve la garanzia di sicurezza americana (incluso il mantenimento dell’Articolo 5 e di alcune truppe in territorio europeo) a condizione che si allinei con gli Stati Uniti nella competizione strategica con la Cina, identificata come la vera arena della competizione egemonica globale.

Questa scuola di pensiero ha trovato ulteriore elaborazione nell’articolo di Jeremy Shapiro, direttore della ricerca presso il celeberrimo think tank European Council on Foreign Relations, pubblicato su Foreign Affairs nel giugno 2025. che il tradizionale “patto implicito” della NATO, cioè gli Stati Uniti guidano, l’Europa segue, non fosse più sostenibile alla luce dei mutamenti nella politica interna americana e del panorama strategico globale.

La sua proposta di affidare il ruolo di comandante supremo a un europeo, inizialmente considerata di nicchia, ha acquisito urgenza politica dopo le rivelazioni che l’amministrazione Trump stava considerando proprio questa opzione nell’ambito di una più ampia ristrutturazione dell’alleanza.

Il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, autore principale della Strategia di Difesa Nazionale pubblicata lo scorso mese di gennaio, ha reso esplicito il nuovo paradigma: nel tempo, l’Europa dovrà difendersi autonomamente in qualsiasi guerra convenzionale, con la presenza americana al centro della NATO considerata integrale solo per garantire che il conflitto convenzionale non si trasformi in uno nucleare. La priorità strategica americana, ha ribadito Colby, è la competizione con la Cina, non la difesa convenzionale dell’Europa.

Infine, la pubblicazione dell’articolo di Michael B.G. Froman, presidente del Council on Foreign Relations, sul New York Times alla vigilia della Conferenza di Monaco 2026 ha ribadito il concetto.

Froman ha descritto la conferenza come un “bivio” per le relazioni transatlantiche, con due percorsi possibili: una ricalibratura duratura dell’alleanza NATO con un’Europa forte al suo centro, capace di difendersi autonomamente pur mantenendo una partnership, seppur ridotta, con gli Stati Uniti; oppure il proseguimento delle liti transatlantiche su valori condivisi, interessi nazionali e divisione equa delle responsabilità.

Quest’ultimo percorso, ha avvertito Froman, non rappresenta più un aspetto fastidioso di un’alleanza altrimenti solida, ma minaccia una separazione disordinata che danneggerebbe la sicurezza sia europea che americana.

La realtà tecnico-militare: anatomia di un riassetto

Per giudicare se e quanto la NATO sia davvero diventata più europea, occorre leggere il riassetto attraverso la lente della struttura di comando dell’Alleanza, e non attraverso quella dei comunicati ufficiali. La differenza, come si vedrà, è sostanziale, ma anche più sfumata di quanto una lettura superficiale potrebbe suggerire.

Semplificando, questa struttura si articola su due livelli fondamentali. Al vertice militare, il livello strategico-operativo è incarnato dal Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE) a Mons, in Belgio, sotto il comando del Comandante delle forze alleate in Europa SACEUR, da sempre un generale americano con doppio incarico (dual-hatted) come comandante del US European Command con responsabilità sulle forze statunitensi nel nostro continente. SHAPE è il luogo in cui si traducono le decisioni politiche dell’Alleanza in obiettivi militari: è qui che si definisce cosa deve essere conseguito, in quale scenario e con quale ambizione.

Questo nodo rimane saldamente in mani americane e britanniche, dal momento che il SACEUR è affiancato da un generale del Regno Unito in qualità di deputy. Dal 2009, un generale francese ricopre la carica di Capo di Stato Maggiore di SHAPE, coordinando l’operato di tutte le branche funzionali del comando, ma le decisioni che contano sono prese dal capo e dal vice. In linea generale, uno degli elementi per giudicare l’essenza della riarticolazione in atto risiede nel monitorare come agisce il tandem USA – Regno Unito, assolutamente evidente nello scambio reciproco della guida dei comandi di Norfolk e Northwood, ma procediamo con ordine.

Sotto SHAPE, il livello operativo si divide in due sottoinsiemi funzionalmente distinti. Il primo comprende i tre Joint Force Commands di teatro, oggetto della riarticolazione. Il secondo comprende i cosiddetti “Comandi di componente” (Component Commands): Allied Air Command (AIRCOM) a Ramstein (Germania), Allied Land Command (LANDCOM) a Izmir (Turchia) e Allied Maritime Command (MARCOM) a Northwood (Regno Unito).

Con la cessione della leadership di quest’ultimo comando agli Stati uniti, tutti i Component Commands sono a guida USA. E non è cosa da poco in quanto questi comandi, pur essendo subordinati a SHAPE e ai JFC, gestiscono le missioni operative dei rispettivi domini (terrestre, aereo e navale), forniscono capacità e staff specialistico ai JFC per operazioni congiunte, offrono expertise specialistica nella pianificazione e condotta delle operazioni, coordinano l’addestramento e gli standard operativi delle forze loro assegnate.

In ogni caso, sono i Joint Force Commands ad essere i veri protagonisti delle operazioni su larga scala della NATO poiché i comandanti dei JFC sono anche comandanti, come si dice, “di teatro”, vale a dire lo scenario nel quale si svolge l’operazione.

Ed è il comandante di teatro che riceve gli obiettivi politico-militari definiti da SHAPE e li traduce in operazioni concrete, armonizzando i fini dell’operazione (ends) con le modalità operative (ways) e i mezzi disponibili (means). È una funzione di altissima responsabilità poiché richiede capacità di pianificazione di campagna, padronanza delle dottrine interforze e multi-dominio, nonché la capacità di coordinare forze terrestri, aeree, marittime, spaziali e cyber in un quadro operativo unitario.

Tuttavia, il comandante di teatro non opera in solitudine. Nella linea di comando di un JFC, accanto al comandante, siedono figure chiave di pari rilievo: il vicecomandante e il capo di stato maggiore.

Di norma, quando una nazione esprime il comandante, le altre due cariche vengono assegnate a ufficiali di nazionalità diverse, non necessariamente americana. La composizione effettiva di questi ruoli nei comandi in via di riconfigurazione non è ancora nota e occorrerà attendere la definizione dei nuovi assetti per valutare quanto peso specifico avranno gli ufficiali americani all’interno degli stati maggiori dei JFC ceduti.

In tale contesto, tenendo conto della sinergia politico militare sempre esistita nel tandem anglosassone precedentemente citato, anche la presenza di ufficiali generali di Sua Maestà nelle altre due figure chiave, potrebbe assicurare gli stessi effetti di “controllo” sul comandante europeo. E questo discorso vale soprattutto per le sedi di Napoli e Brunssum.

Il sistema nervoso delle operazioni militari

Il sistema nervoso di qualsiasi operazione militare moderna è basato sulle funzioni di Comando e Controllo, Comunicazioni, Computers, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione (C4ISR). In pratica, la rete attraverso cui i comandanti dispiegano le forze, ricevono informazioni sul nemico e coordinano l’azione in tempo reale.

Su questo piano, la dipendenza europea dagli Stati Uniti è pressoché totale. Washington dispone di una vasta flotta di piattaforme satellitari, aeree, terrestri e marittime per la raccolta e l’elaborazione di dati in tempo reale: queste capacità formano la spina dorsale della deterrenza NATO, abilitando il coordinamento operativo e gli attacchi di precisione a lungo raggio.

Le capacità ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) europee rimangono troppo limitate per generare in autonomia una situational awareness paragonabile. Trasferire la guida dei JFC agli europei mantenendo le chiavi esclusive dell’architettura C4ISR equivale, nella sintesi molto efficace presentata da un osservatore di un Paese membro dell’Alleanza, a “offrire il volante di un veicolo mantenendo sotto chiave i sistemi di navigazione e l’alimentazione di carburante”. Non è autonomia, ma esternalizzazione della responsabilità operativa, sotto stretto controllo.

Il fattore invisibile: il personale di staff americano

Accanto alla questione del C4ISR, esiste un secondo fattore critico, ancora meno visibile nel dibattito pubblico ma potenzialmente più dirompente per il funzionamento quotidiano dell’Alleanza: il personale di staff americano distribuito in tutti i comandi NATO, a tutti i livelli della gerarchia.

La decisione di non sostituire le circa duecento posizioni statunitensi che sta riaccompagnando la riarticolazione dei comandi, potrebbe essere la punta di un iceberg di proporzioni ancora ignote.

Nei quartier generali della NATO, il personale statunitense, di ogni ordine e grado, compreso un numero particolarmente rilevante di tecnici e consulenti civili, occupa posizioni chiave nelle branche funzionali degli stati maggiori integrati: pianificazione operativa, gestione dell’intelligence, coordinamento logistico, operazioni informatiche e cyber, integrazione delle capacità spaziali, collegamento con i comandi nazionali statunitensi.

Ed è questo personale, con accesso diretto alle reti classificate americane, a garantire quella continuità operativa e qualità di pianificazione che distingue la NATO da una semplice coalizione di volenterosi. Negli stati maggiori dei JFC, le sezioni intelligence, operazioni, comunicazioni e sistemi informativi sono tradizionalmente tra le più dipendenti dal contributo americano, in termini sia di personale qualificato che di accesso alle reti proprietarie.

La domanda alla quale nessun documento ufficiale risponde ancora è la seguente: a quanti altri comandi, nei prossimi mesi e anni, non verrà garantita la sostituzione del personale statunitense? Le duecento posizioni già annunciate sono un punto di partenza, ma questa tendenza è destinata ad ampliarsi?

L’amministrazione Trump ha reso esplicito il proprio obiettivo di ridurre il footprint militare statunitense in Europa, e la non sostituzione del personale è lo strumento più silenzioso e meno controverso per realizzare questo obiettivo senza annunciare formalmente alcun ritiro.

Non richiede un dibattito parlamentare, non genera titoli di giornale, non attiva le clausole del Trattato di Washington. Semplicemente, le posizioni si svuotano e l’onere ricade sugli alleati, anche con poco o inesistente preavviso, come sembra oramai essere consuetudine.

Il problema è che gli eserciti europei non dispongono, nell’immediato, di personale idoneo per ripianare tutte le vacanze organiche che si creerebbero. Le posizioni NATO richiedono competenze professionali molto specifiche, soprattutto linguistiche, dottrinali e tecnico professionali che non si improvvisano in tempi brevi.

Inoltre, sottrarre questo personale dai comandi nazionali per destinarli ai comandi NATO significherebbe, inevitabilmente, indebolire la prontezza operativa delle stesse forze nazionali che quei comandi dovrebbero impiegare.

Per non parlare, poi, delle difficoltà che s’incontrerebbero nel mantenere in vita, o addirittura potenziare, la struttura di comando della dimensione militare dell’Unione Europea, attualmente la brutta copia di quella della NATO.

Ne conseguirebbe, con una logica difficilmente confutabile, che l’Alleanza sarebbe prima o poi chiamata a ridefinire strutturalmente la propria architettura di comando. Al riguardo, due sarebbero le opzioni fondamentali, non necessariamente alternative: ridurre il numero di comandi, procedendo a fusioni o soppressioni di quartier generali ritenuti ridondanti o sottodimensionati; oppure ridurre la complessità organica dei singoli comandi, alleggerendo gli organici e ridefinendo verso il basso i livelli di ambizione operativa. In entrambi i casi, il risultato sarebbe una NATO strutturalmente più snella, ma più debole nella sua capacità di pianificare e condurre operazioni complesse e di alta intensità.

Un indicatore critico da monitorare nei prossimi mesi sarà pertanto non tanto chi occupa gli incarichi di comando nei JFC, o in altre articolazioni dell’Alleanza, ma quanto personale americano dovrà essere sostituito con quello europeo, e quali capacità critiche C4ISR potranno ancora essere condivise.

Ambiguità strategica o disimpegno nel lungo periodo?

Non abbiamo ancora raggiunto i livelli di disimpegno auspicati dalla scuola di pensiero realista degli autori precedentemente citati, ma il riferimento concettuale rimane.

Gli americani conoscono bene le condizioni dell’Europa in tema di difesa, e se la priorità strategica americana, come ha affermato Elbridge Colby, è la competizione con la Cina, non la difesa convenzionale dell’Europa, allora questo potrebbe significare due cose: o che, in caso di aggressione (russa?) al territorio europeo, gli Stati Uniti non interverranno a sostegno degli alleati (o parzialmente), il che svuoterebbe l’Articolo 5 della sua sostanza deterrente, riducendolo a una garanzia nucleare di ultima istanza; oppure, che Washington non ritiene la minaccia russa sufficientemente reale e imminente da giustificare il mantenimento dell’attuale livello di impegno, rendendo il disimpegno strategicamente sostenibile e mantenendo la NATO in una sorta di “limbo” operativo, adottando una soluzione come quella descritta da Stephen Walt.

Le due interpretazioni sono ugualmente ricche di conseguenze per la sicurezza europea. La prima implicherebbe che l’Europa debba attrezzarsi per combattere una guerra ad alta intensità contro la Russia (magari provocata anche dall’Europa), senza la componente convenzionale americana; la seconda, che il disimpegno di Washington sarebbe una scommessa razionale sulla non-belligeranza di Mosca, scommessa che però l’attuale leadership europea, non sembra in grado di condividere.

L’ambiguità con cui l’amministrazione Trump mantiene aperta questa alternativa appare, al momento, deliberata: esplicitare l’una o l’altra opzione avrebbe conseguenze politiche deflagranti, la prima configurando un abbandono formale dell’Alleanza, la seconda una declassificazione clamorosa della minaccia che ha giustificato l’esistenza stessa della NATO. Tenerle entrambe in sospeso esercita la massima pressione sugli alleati europei affinché aumentino spese e capacità, senza che Washington debba assumere posizioni formalmente vincolanti.

Solo il tempo ci potrà dire se questa ambiguità funzionerà e quali effetti provocherà. Rimane il fatto che l’Alleanza Atlantica, come l’abbiamo conosciuta nei suoi settantasette anni di storia, è arrivata a fine corsa e la necessità di pensare a possibili alternative è sempre più stringente, a prescindere dai nomi che appariranno sulle porte degli uffici dei comandanti.

Foto NATO


Redazione OCEAN4FUTURE

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FONTE: Analisi Difesa

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