Notizia dal sito Ares Osservatorio Difesa

Nell’audizione al Senato, il vertice della Marina Militare, Ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, ha messo a fuoco la volontà di costruire una forza navale più flessibile, più armata, più modulare e soprattutto più capace di adattarsi a un ambiente operativo che cambia ormai alla velocità dei droni, del software e delle minacce ibride.

Le nuove costruzioni non vengono presentate come un fisiologico rimpiazzo di piattaforme invecchiate, ma come il passaggio necessario per far compiere alla Marina un salto di capacità. L’obiettivo non è avere semplicemente navi nuove, ma avere navi che facciano cose diverse: difesa contro minacce più complesse, attacco a lunga distanza, integrazione di sistemi unmanned, aggiornamento rapido dei payload e maggiore adattabilità a scenari ad alta intensità.
Dentro questa visione, il primo dossier è quello delle navi anfibie. In audizione è stato chiarito che il loro rinnovamento è ormai una priorità, perché le unità più anziane hanno raggiunto circa quarant’anni di vita operativa. Ma il punto non è solo anagrafico. La Marina le considera ancora assetti estremamente versatili e anzi sempre più centrali nel nuovo quadro operativo, anche come possibili hub per sistemi senza equipaggio. È un passaggio rilevante, perché dice che la componente anfibia non viene più letta solo come strumento di trasporto o sbarco, ma come piattaforma polivalente attorno a cui costruire capacità nuove.
L’altro grande capitolo è quello dei nuovi cacciatorpediniere di ultima generazione. Qui la novità più forte, emersa con chiarezza, è il riferimento alla capacità di difesa contro missili balistici. È una soglia diversa rispetto al tradizionale ruolo di difesa aerea d’area: significa immaginare una componente di superficie italiana capace di inserirsi in uno scenario molto più esigente, dove la nave non protegge solo sé stessa o il gruppo navale, ma contribuisce a un’architettura più avanzata di protezione e deterrenza.

A questa linea si affianca poi lo sviluppo della capacità di attacco a lungo raggio, sia da unità di superficie sia da sommergibili. Anche qui il messaggio è chiaro: la flotta che la Marina immagina per i prossimi anni non dovrà limitarsi a pattugliare, sorvegliare o scortare. Dovrà anche poter colpire a distanza, offrendo al decisore politico opzioni di risposta più credibili e più incisive. È un cambio di postura che avvicina lo strumento navale italiano a una logica più esplicitamente multidominio e ad alta intensità.
Tutto questo poggia però su una scelta di fondo ancora più interessante: la nave del futuro non sarà una piattaforma rigida, ma un sistema aperto. In Commissione è stato illustrato il concetto di multi-capability technological carrier applicato alle unità di prima linea: navi pensate non solo per la loro funzione principale, ma con spazi modulari e riconfigurabili, in grado di ospitare carichi operativi differenti, moduli abitativi, centri di comando, mezzi d’assalto e soprattutto sistemi unmanned. La modularità viene indicata come la chiave per aumentare flessibilità operativa, ampliare le capacità e aggiornare rapidamente la piattaforma senza doverla riprogettare da zero.

È qui che la riflessione della Marina diventa particolarmente moderna. La guerra navale degli ultimi anni ha mostrato che il problema non è più soltanto possedere una nave sofisticata, ma evitare che diventi superata troppo in fretta. Software, sensori, munizioni, droni, guerra elettronica e reti informative evolvono con tempi molto più rapidi di quelli della cantieristica tradizionale. Per questo il concetto di modularità non è una moda lessicale ma è una risposta concreta al rischio di varare piattaforme già vecchie nel momento in cui entrano in linea.

Dentro questo schema, la Marina individua alcuni grandi aggregati di capacità che definiscono la propria ambizione. Il primo è la capacità portaerei con velivoli di quinta generazione, rivendicata come un unicum in ambito europeo. Il secondo è la proiezione, sempre meno soltanto anfibia e sempre più polivalente, con Nave Trieste portata come esempio della nuova impostazione. Poi c’è la componente di superficie fatta di cacciatorpediniere, fregate, pattugliatori, rifornitori ed elicotteri. Infine la dimensione subacquea, con sottomarini, incursori e sistemi per la sorveglianza dei fondali. Su tutto pesa la resilienza cibernetica, perché le navi vengono ormai descritte come sistemi digitali complessi e interconnessi.

Il capitolo che più colpisce, però, è quello dei sistemi unmanned, trattati non come accessori ma come veri moltiplicatori di forza. La Marina ha spiegato di dedicare particolare attenzione a sistemi senza equipaggio di superficie, aerei e subacquei, perché aumentano sia l’efficacia operativa sia la capacità di sorveglianza. In altre parole, le nuove navi non saranno soltanto più armate: saranno anche progettate per imbarcare, integrare, controllare e far operare una costellazione di assetti senza equipaggio. Non si tratta solo di teoria. In audizione sono stati richiamati esempi molto concreti: un sistema unmanned underwater interamente italiano, lungo circa 12 metri e con autonomia di circa 15 giorni, pensato per missioni ISR e per la difesa delle infrastrutture critiche; un sistema di superficie, anch’esso costruito in Italia, imbarcabile sulle unità della flotta; una soluzione collegata all’ecosistema Baykar-Leonardo, integrabile a bordo e utilizzabile sia per sorveglianza sia, potenzialmente, con armamento; e piccoli sistemi già acquisiti che allungano la capacità di sorveglianza della nave e possono perfino rilasciare un drone che diventa di fatto una munizione circuitante.
C’è poi un altro aspetto che rende l’audizione particolarmente interessante: la Marina non sembra voler aspettare i tempi lunghi del procurement classico. È stato spiegato che per ridurre i tempi di progettazione, produzione e messa in servizio è stato avviato un lavoro più stretto con l’industria, attraverso team integrati e condivisione dei requisiti operativi. Ancora più importante, la Forza Armata ha sviluppato un sistema di sperimentazione operativa che consente di testare rapidamente le soluzioni più mature e impiegarle direttamente sul campo.
L’ammiraglio ha ricordato che un drone navale individuato già nel 2012 è stato effettivamente utilizzato solo nel 2024, dodici anni dopo. Nel mondo attuale, se i tempi di certificazione e acquisizione restano quelli tradizionali, il rischio è arrivare a bordo con tecnologie che hanno perso gran parte del loro vantaggio. Per questo la Marina parla apertamente della necessità di superare le rigidità del procurement, pur restando dentro il quadro normativo, e di portare le aziende direttamente a bordo per provare i sistemi nelle condizioni reali di impiego.

La spinta innovativa si collega anche a strumenti come il Naval Innovation Compass, presentato come un meccanismo per sviluppare soluzioni innovative in modo continuo e integrarle progressivamente nei programmi operativi. Le traiettorie di sviluppo richiamate in audizione comprendono energia, anche nucleare, nuovi materiali, tecnologie subacquee, produzione più rapida e modularità delle piattaforme. In parallelo è stato citato il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea, che riunisce Difesa, industria, università e ricerca, con oltre 260 operatori coinvolti e i primi dimostratori attesi entro il 2027. Anche qui il punto è chiaro: la nuova flotta non nasce solo in cantiere, ma dentro un ecosistema di innovazione più ampio.



