Una “chicca” di storia dal sito Ocean4Future
Nell’Arsenale M.M. della Spezia, sul finire del secolo scorso, fu deciso di dotare la banchina ovest di una gru idonea ai lavori per le nuove navi. La banchina prendeva il nome dalla “Mancina idraulica”, la potente gru da 160 tonnellate costruita dall’Armstrong di Newcastle upon Tyne nel 1875, che si ergeva sulla sua sponda e che aveva costituito il mezzo per imbarcare il materiale pesante sulle navi ai lavori. Non fu l’unico caso: ricordo che in Italia furono infatti costruite altre due gru analoghe: a Venezia (1883) e a Taranto (1885).
Dopo aver operato fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, anche se con portata ridotta, questa gru aveva il suo pistone idraulico (ad acqua) fuori uso, la macchina a vapore non più idonea e anche il fatto che lo sbraccio fosse fisso era un’ulteriore limitazione all’impiego in confronto alle caratteristiche fornite da una moderna gru. Per posizionare i binari su cui far spostare la nuova gru era necessario che il terreno potesse sostenere il carico e bisognava liberare lo spazio occupato dalla vecchia mancina per permettere alla nuova di spostarsi lungo tutti i 350 m. della banchina.
Liberato lo spazio ed eseguita la bonifica per rimuovere eventuali residuati bellici, tutta l’area fu sconvolta dagli scavi necessari a realizzare le vie di corsa della nuova gru e la nuova banchina; durante questi lavori furono liberate le canne di alcuni vecchi cannoni ad avancarica che erano state utilizzate come bitte d’ormeggio per le navi ai lavori.
Le canne, in ferro, furono sabbiate per liberarle dallo sporco e dalla ruggine e poi dipinte con pittura bituminosa per proteggerle dalle intemperie; fu disegnato il progetto di un affusto semplificato e idoneo a sostenere tutte le diverse canne, apportando solo lievi modifiche all’incavo per gli orecchioni. Su quel disegno furono realizzati, dall’officina carpentieri e calafati, i basamenti, in legno d’iroko. L’officina fabbri costruì i cerchioni delle ruote, le campanelle e tutti gli altri accessori metallici e infine fu possibile montare le canne. Così restaurati, i cannoni divennero ornamento dello Stabilimento Militare e del lungomare cittadino.

Il cannone conservato all’interno del museo navale della Spezia
Gli undici cannoni furono raggruppati secondo la fabbrica e, dopo che il Museo Navale ne ebbe prescelto uno, i rimanenti furono posti: due davanti alla palazzina della Direzione Arsenale, due nel piazzale antistante ai locali della 1° Divisione navale, due davanti all’ingresso del Circolo ufficiali e gli ultimi quattro sul lungomare cittadino. Dallo studio delle loro caratteristiche emerse che erano stati realizzati da diverse fonderie; in particolare, due erano stati realizzati dalla Finsbong (Svezia) nel 1816, quattro da Carron (Scozia) del 1819, uno da Nevers (Francia) del 1839, uno da Ruelle (Francia) del 1859, tre da Aker (Svezia) del 1862 (di cui due d’identico calibro e uno di calibro maggiore che fu poi conservato al Museo Navale della Spezia).

I cannoni a canna lunga venivano costruiti colando il ferro fuso in uno stampo posto verticalmente in un pozzo scavato nel pavimento dell’officina. Il getto veniva lasciato raffreddare lentamente e solo dopo alcuni giorni lo si estraeva, si toglieva l’anima della canna, si pulivano tutte le superfici metalliche per controllare eventuali pecche e, se tutto era a posto, si praticava il foro d’innesco (focone) in corrispondenza dell’estremità posteriore della canna. Per tutti i cannoni, qualunque fosse il loro calibro, la gittata utile era pressoché la stessa, circa novecento metri; quello che faceva la differenza era il peso della palla e questo serviva a classificarli: a palla più pesante corrispondeva maggiore effetto distruttivo ma anche cannone più pesante che andava posizionato, a bordo, più in basso su strutture più robuste e quindi, per navi in legno, solo su quelle di dimensioni maggiori.

Il cannone sparava a tiro teso e l’alzo massimo era di 7 gradi, lo si otteneva spostando il cuneo su cui poggiava la culatta mentre, per la mira, bisognava allineare la nave perpendicolarmente al bersaglio e fare i piccoli aggiustaggi necessari agendo sull’affusto con spranghe di ferro. Poteva sparare palle di ferro pieno, palle in due semisfere, palle con semisfere incatenate (i cosiddetti “angeli”), cartocci a mitraglia (in cilindri di lamiera). Proietto più leggero significava anche minor distanza per colpire e bisognava anche tenere conto del rollio della piattaforma.

La procedura per sparare prevedeva una sequenza di operazioni da eseguire con attenzione per evitare che il cannone esplodesse: dapprima si passava una spugna bagnata all’interno della canna per togliere ogni residuo di spari precedenti poi, mentre il capo pezzo inseriva un lungo ago nel focone, si infilava il cartoccio con la polvere della carica e lo si spingeva in fondo alla canna fino a che il capo pezzo non lo sentiva urtare contro l’ago; era la volta dello stoppaccio che veniva pressato per tenere bloccata la carica; ora si poteva estrarre l’ago dopo aver rotto, con la sua punta, il cartoccio e caricare il proietto, fermato in posizione da un secondo stoppaccio. A questo punto il cannone veniva messo in batteria cioè spinto contro la murata della nave facendo sporgere la bocca all’esterno del portello aperto. Si riempiva il focone con la polvere da innesco fino a farla traboccare sul fornello e si era pronti a sparare; se il bersaglio era lontano si aggiustava la mira poi all’ordine di fuoco tutti i serventi si allontanavano e il capo pezzo avvicinava una miccia accesa alla polvere del fornello e il cannone sparava e rinculava allo stesso tempo, La massa di 2-3 tonnellate schizzava all’indietro di 3-4 metri frenata dal canapo che passava nel golfare sopra il bottone di culatta e si poteva ripetere la sequenza di caricamento; spugna bagnata, ago, cartoccio di carica ecc.; per manovrare i cannoni più grandi erano necessari fino a dieci uomini, numero che scendeva a otto – sei se si passava da cannoni di 32 libbre a quelli di 24-18 lb o a quelli di 12-9 libbre.
Va ricordato che lo Stato sabaudo non possedette, fino all’unità d’Italia, una fonderia in grado di realizzare cannoni di grosso calibro in ferro e faceva acquisti dei pezzi, “pronti” o da fondere, all’estero. La denominazione del calibro era differente tra la Marina e l’Esercito perché l’una adottava la denominazione in libbre inglesi mentre l’altro, utilizzando le libbre piemontesi (più leggere), aveva una denominazione scalata di un passo, di conseguenza il 32 lb piemontese corrispondeva al 24 lb inglese, il 24 al 18 e così via. In un prossimo articolo vi racconterò quelli che oggi sono conservati all’ingresso del Circolo Ufficiali di La Spezia.
Piero Carpani
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Piero Carpani
L’ammiraglio Genio Navale Piero Carpani, nato a Roma nel 1945, ha frequentato l’Accademia Navale di Livorno e si è laureato in Ingegneria Navale e Meccanica presso l’Università di Trieste. Tra i suoi numerosi incarichi professionali è stato capo servizio Genio Navale a bordo dell’Amerigo Vespucci e su Nave Sagittario, oltre a essere stato imbarcato sull’Incrociatore Andrea Doria e sul Cacciatorpediniere Audace. La passione per la vela lo ha portato a partecipare alle attività della Sezione Velica di La Spezia di cui è stato vice presidente. Gli è stata affidata Artica II, l’imbarcazione storica della Marina Militare, che ha curato e portato in regata per dodici anni partecipando a numerose edizioni dei raduni di Porto Cervo, Imperia, Porto Santo Stefano, Napoli e alle regate delle Tall Ships del 1996 e 2000. Partecipa alle attività di avvicinamento dei giovani alla vela collaborando con la STA Italia (Sail Training Association) come skipper di un’imbarcazione privata. Ha pubblicato numerosi saggi tra cui “Giornale di bordo” (Istituto Idrografico della Marina – 2006 Genova) e “La più bella del Mondo – Nave Scuola Amerigo Vespucci” (Grafiche Amadeo – C.S.O. 2008 Imperia).




