La seconda parte dell’articolo dal sito Ocean4Future a cura di Giovanni Chiacchio

Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno avviato una vasta campagna di bombardamenti contro l’Iran, colpendo obiettivi strategici e provocando la morte di numerosi esponenti di alto profilo della Repubblica Islamica, tra cui la Guida Suprema, Ali Khamenei. L’operazione ha rappresentato un successo tattico significativo, volto a decapitare la leadership politico-militare iraniana e a comprometterne le capacità decisionali. Teheran ha risposto con una massiccia campagna di rappresaglia, fondata sull’impiego combinato di sciami di droni One Way Attack (OWA) e missili balistici. Il conflitto ha così evidenziato in maniera inequivocabile la maturazione strategica dei sistemi senza pilota. I droni iraniani si sono dimostrati capaci di assolvere ad una pluralità di funzioni: dalla saturazione delle difese aeree, all’attacco diretto contro infrastrutture critiche, fino al ruolo di “apripista” per sistemi d’arma più sofisticati, come missili balistici e da crociera.

La strategia adottata da Teheran ha costretto Stati Uniti e alleati a operare in una condizione di attrito strutturalmente sfavorevole. L’impiego di sistemi intercettori avanzati, quali Patriot e Arrow, per neutralizzare piattaforme significativamente meno costose, ha infatti generato un rapporto costi-benefici fortemente squilibrato. A ciò si aggiunge il rischio intrinseco rappresentato da eventuali penetrazioni delle difese: anche un numero limitato di droni in grado di colpire infrastrutture strategiche può produrre effetti economici e operativi sproporzionati rispetto al costo delle piattaforme impiegate. In questo quadro, la saturazione delle difese ha consentito alle forze iraniane di impiegare con maggiore efficacia vettori più potenti, amplificando il danno inflitto agli asset nemici. Parallelamente, Teheran ha esteso l’impiego dei sistemi senza pilota anche al dominio marittimo, utilizzando droni aerei e navali per minacciare la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Tale dinamica ha contribuito a un significativo aumento dei prezzi del greggio, dimostrando la capacità iraniana di tradurre strumenti militari relativamente economici in leve di pressione economica globale.
Verso sistemi ibridi
L’evoluzione operativa delle munizioni circuitanti e degli OWA ha progressivamente messo in luce i limiti intrinseci di entrambe le categorie, aprendo la strada allo sviluppo di piattaforme ibride volte a superarne le principali vulnerabilità. In questa direzione si colloca l’attività dell’industria turca, in particolare dell’azienda Baykar, che ha recentemente introdotto un nuovo sistema noto come K2.
Tale piattaforma rappresenta un tentativo significativo di convergenza tecnologica, combinando elementi tipici delle munizioni circuitanti con caratteristiche proprie degli OWA. Il K2 integra, infatti, una testata di grande capacità, nell’ordine dei 200 kg, e un raggio operativo esteso, caratteristiche che lo avvicinano agli OWA e ne consentono l’impiego contro obiettivi strategici. Al contempo, la presenza di un carrello di atterraggio introduce un elemento di discontinuità rispetto ai sistemi “usa e getta”, rendendo possibile il recupero e il riutilizzo della piattaforma. Sul piano operativo, il sistema è dotato di capacità avanzate di navigazione e identificazione del bersaglio basate su intelligenza artificiale. Ciò consente al velivolo di selezionare autonomamente gli obiettivi, mantenendo la flessibilità tipica delle munizioni circuitanti. Parallelamente, l’integrazione di tali sistemi contribuisce a mitigare gli effetti del jamming, permettendo al drone di operare anche in ambienti elettromagnetici altamente contestati, dove il collegamento con la stazione di controllo può risultare compromesso. Più in generale, la comparsa di piattaforme ibride segnala una tendenza strutturale: la progressiva dissoluzione delle distinzioni tradizionali tra sistemi ISR e sistemi d’attacco, a favore di soluzioni integrate, autonome e multifunzionali. Inizialmente concepite come strumenti di compensazione asimmetrica, le munizioni circuitanti e gli OWA si sono rapidamente affermati come componenti centrali della guerra contemporanea. La loro combinazione di versatilità, scalabilità e sostenibilità economica ha consentito anche ad attori dotati di risorse limitate di infliggere danni significativi a forze convenzionalmente superiori, contribuendo a ridefinire gli equilibri militari e geopolitici su scala globale. Tuttavia, l’efficacia di tali sistemi non risiede unicamente nella tecnologia in sé, quanto nella capacità di sostenerne l’impiego su larga scala. L’elevato livello di attrito che caratterizza i conflitti contemporanei richiede infatti la disponibilità di un ecosistema industriale in grado di garantire produzione massiva, adattamento rapido e continua innovazione. In parallelo, la velocità del progresso tecnologico impone investimenti costanti in ricerca e sviluppo, al fine di contrastare la rapida obsolescenza delle piattaforme e mantenere un vantaggio operativo. In questo contesto, i droni non rappresentano semplicemente un’evoluzione degli strumenti bellici, ma una trasformazione più profonda del modo stesso di concepire la guerra: da confronto tra piattaforme complesse e costose a competizione tra sistemi distribuiti, adattivi e progressivamente autonomi. Gli attori che saranno in grado di integrare produzione, innovazione e dottrina operativa in questo nuovo paradigma disporranno di un rilevante vantaggio strategico nel lungo termine.
Giovanni Chiacchio
Pubblicato originariamente su Fondazione Machiavelli Munizioni circuitanti e droni kamikaze, storia e prospettive delle armi che stanno terrorizzando il Golfo Persico

PARTE I PARTE II
FONTE: Ocean4Future
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