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Il Ddl sulla subacquea sotto la lente della Guardia Costiera

24 Giugno 2025

Un approfondimento sull’argomento dal sito Analisi Difesa, a cura di Fabio Caffio

Il disegno di legge (Ddl) contenente “Disposizioni in materia di sicurezza delle attività subacquee” ha iniziato il suo iter parlamentare con una serie di audizioni tenutesi presso la 8^ Commissione del Senato.

Tra esse spicca, per spunti critici, quella del Comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera, resa quale organo alle dirette dipendenze del Ministero dei trasporti e delle infrastrutture.

La posizione del Corpo, espressa con dovizia di riferimenti normativi, è che il provvedimento non tenga adeguatamente conto delle competenze in materia subacquea già attribuitegli dalla legislazione vigente come «riferimento dello Stato nel settore marittimo civile».

Di qui l’opinione che, ad evitare duplicazioni procedurali, conflitti di competenza e rallentamenti operativi sia necessario procedere ad alcuni correttivi mirati a scongiurare «sovra-regolamentazione e incertezza attuativa».

Nulla può eccepirsi su tali finalità perseguite da un Corpo di cui è ben nota la grande professionalità acquisita negli anni fino a diventare punto di riferimento della marittima italiana e modello per altri Paesi.

Anche se in realtà il Ddl si propone analoghi scopi nell’ attribuire al Presidente del Consiglio dei ministri (o, in sua vece, al Ministro per le politiche del Mare) l’alta direzione, la responsabilità generale e il coordinamento delle politiche della dimensione subacquea.

Lasciano però perplessi alcuni aspetti procedurali. Sollevare in sede parlamentare questioni di merito attinenti ad un provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri, sembra infatti iniziativa irrituale di contenuto politico, preclusa come tale ad organi di vertice dello Stato.

Oltretutto, ad essere oggetto di rilievi è un’iniziativa elaborata con il concorso di Trasporti e Difesa, entrambi dicasteri di riferimento del Corpo il cui comandante, nominato su loro proposta, «… dipende dal Capo di stato maggiore della Marina militare per gli aspetti tecnico-militari attinenti al Corpo» (133, 3 COM).

Sembrano allora riaffiorare  vecchie logiche sulla base delle quali anni fa fu bocciato in preconsiglio dei ministri un decreto elaborato dalla Difesa in attuazione della “Riforma Madia”, volto a integrare maggiormente il Corpo nell’ambito della Forza armata.

La prospettiva appare ora analoga, in quanto il Corpo difende autonomamente le sue competenze di fronte all’ipotesi di condividerle in parte con un organismo in cui la Marina avrà un ruolo leader.

Sarà un caso, ma proprio in questi giorni  circola la notizia che i Trasporti programmino di portare a 15.000 unità (dagli attuali 12.000) gli organici del Corpo per consentire l’ottimale svolgimento delle sue varie funzioni. Nello stesso tempo, si ipotizza anche di includere i costi delle Capitanerie nelle spese per la Difesa, per raggiungere l’obiettivo NATO del 2% del Pil.

E’ chiaro che a questo punto si imporrebbe una riflessione sul ruolo militare che il Corpo svolge a supporto della Marina, a tutto vantaggio del suo rafforzamento pur restando nell’orbita dei Trasporti.

Anche perché Capitanerie e Marina sono responsabili di attività contigue nell’ambito della c.d. “funzione Guardia costiera”, riconosciuta dall’Unione europea e dall’ordinamento Italiano (COM, artt. 111, 115 e 134-136).

Non c’è da meravigliarsi che questo accada. Si pensi, ad esempio alla Francia, dove, in mancanza di una vera e propria Guardia costiera, la Marine Nationale svolge a tutti gli effetti i relativi compiti in materia di sicurezza marittima.

Ma è proprio sul terreno della sicurezza marittima che c’è una sorta di competizione tra la Marina ed il “suo“ Corpo. La Guardia costiera ritiene infatti di essere responsabile non solo della sicurezza della navigazione (intesa come safety) ma anche degli aspetti internazionali della sicurezza del trasporto marittimo (intesa come security).

Quando invece, quello della maritime security in alto mare è considerato precipuo campo di azione dalla nostra Marina in relazione ai compiti di mantenimento del libero uso del mare attribuitole dal COM e dalla Convenzione del diritto del mare.

Per restare al Ddl sulla subacquea, il Corpo reclama, con riguardo alla protezione delle infrastrutture critiche, un ruolo di prevenzione, rilevazione, risposta e deterrenza previsto dalla strategia di sicurezza europea.

E cita, a sostegno delle sue tesi, «alcuni recenti eventi che hanno coinvolto pescherecci, ed in generale unità mercantili nazionali che si sono rese responsabili di eventi e che, anche se in navigazione oltre il limite delle acque territoriali, sono state oggetto di inchieste partendo dal tracciamento delle rotte seguite effettuate dai sistemi e tese ad accertare le eventuali responsabilità nel danneggiamento di cavi e condotte sottomarine».

Un simile approccio concettuale, non può che generare il timore che si proponga di inficiare proprio l’analogo ruolo che il Ddl attribuisce alla Marina.

Ad essa è infatti assegnato il controllo di acque interne, mare territoriale e piattaforma continentale «per fini di difesa militare dello Stato e per la prevenzione della navigazione subacquea non autorizzata», conferendo a questo fine poteri di uso della forza nei confronti «di qualsiasi mezzo intento alla distruzione, danneggiamento o manomissione di condutture e cavi sottomarini che approdano nel territorio nazionale o sono di interesse nazionale…».

Il punto è questo. Il Ddl adotta un modello militare per la difesa di infrastrutture civili essenziali a garantire l’integrità socio-economica del Paese. A prescindere dagli emendamenti che troveranno la loro giustificazione in esigenza di semplificazione amministrativa, questo ruolo della Marina che costituisce la struttura portante della nuova organizzazione non può essere messo in discussione.

Ben vengano maggiori sinergie tra Trasporti e Difesa nel funzionamento della costituenda Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee. Purché sia chiaro che nel nostro Paese non è perseguibile per motivi storico-organizzativi un modello simile alla Guardia Costiera statunitense (USCG), la quale ha rango di Forza Armata e svolge missioni militari fuori area coordinandosi con la Navy in base ad un accordo tra i due ministeri di riferimento.

Foto Marina Militare

FONTE: Analisi Difesa

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