Un articolo interessante dal sito Ocean4Future a cura di Alessandro Botrè

Angelo Belloni incarna le migliori doti del genio italico. Padre della subacquea e visionario sensibile alla geopolitica, all’arte militare e all’ecologia, nel 1914 fa compì l’unico furto di sommergibile della storia.

«Nei 50 anni della mia vita di mare (di cui sei ancora a credito) sono compresi i 38 anni dell’ultima guerra per il Risorgimento d’Italia (1912-1950) e per il Nuovo Ordine del mondo» … è l’attacco delle memorie di Angelo Belloni, ufficiale di Marina, creatore della subacquea e del «sommozzatore», inventore dalla vivace mente geopolitica nonché … autore dell’unico furto di sommergibile della storia.
Mentre scriveva, l’allora sessantaduenne il geniale italiano si trovava all’ospedale Codivilla di Cortina d’Ampezzo in seguito a un incidente stradale, nel periodo tra il Natale ’44 e il marzo ’45. Il mingherlino e cattolicissimo Belloni era convinto che la Seconda guerra mondiale sarebbe durata fino al 1950, e che fossero in gioco le sorti d’Italia, d’Europa e del mondo. Si sbagliava sul primo punto, ma non sul secondo. Lui d’altronde, nato a Parma il 4 marzo 1882, dal milanese Cesare Belloni e dalla genovese Aurelia Rossi della Volta, aveva sempre avuto l’animo teso a cogliere il vero, e l’aveva dimostrato già nel 1914, quando in Europa infuriava la Grande guerra e a casa nostra si decideva, come al solito, con chi convenisse schierarsi.

Angelo Belloni (Parma, 4 marzo 1882 – Genova, 9 marzo 1957) – ritratto ai primi del ‘900 quando era un giovane ufficiale di Marina, geniale e (spesso) incompreso. Pioniere della subacquea inventò il sommozzatore quando l’unico modo per immergersi era con lo scafandro da palombaro
All’epoca Belloni era un giovane ufficiale di Marina: dopo gli studi classici al Beccaria di Milano, era infatti entrato all’Accademia Navale di Livorno nel 1900, uscendone guardiamarina tre anni dopo. In verità aveva presentato domanda già nel 1899, ma era stato scartato per insufficienza toracica, a cui aveva rimediato con un anno di voga forsennata sul Ticino, guadagnando ben 14 centimetri di circonferenza. Il primo imbarco lo impegna due anni tra Cina, Giappone e Corea, dove prende coscienza del concetto di popolo. Del giapponese dice: «Sta al cinese come il milanese sta al napoletano; come il tedesco sta al francese». Frequenta gli inglesi grazie alla conoscenza della lingua, e nonostante l’incipiente sordità causata dalle otiti che lo attanaglia in maniera crescente. Il segreto della loro «efficiency» era, come per i nordamericani, un egoismo sfrenato, freddo, calcolatore. Il risentimento per Inghilterra e Francia matura assieme al suo irredentismo: non solo per i confini orientali, Trieste, Fiume, Pola e Cattaro occupati dall’Impero austro-ungarico, ma anche per il Mediterraneo, la Corsica, Nizza, Malta, Tunisi e Corfù.
La Belloni-soluzione è una sola: «Anglia delenda». Rientrato nel Mare Nostrum, inizia a interessarsi di subacquea, bazzicando l’officina siluri nella base di Brindisi; l’anno successivo, posto in congedo per problemi all’udito, decide che il mare sarà definitivamente il suo destino, e si fa assumere dal cantiere Fiat San Giorgio del Muggiano, un’eccellenza assoluta a livello mondiale per la costruzione dei sommergibili. Nel ’13 è il responsabile del collaudo dei battelli destinati alle marine estere e istruttore dei comandanti stranieri. È sicuro che questa sia l’arma dalla fatale, imminente guerra, e che si debba subito approntare una flotta di 300 sommergibili che agiscano come «branchi mobili di mine vaganti». Anticipa di 30 anni la tattica dei «branchi di lupi» degli U-Boot tedeschi. Ma i veri sordi sono gli ammiragli della Regia Marina, che non gli daranno mai ascolto. Nell’agosto ’14, mentre l’Italia si proclama neutrale, Belloni è già in guerra: a Rio de Janeiro, dove sta consegnando i battelli F1, F3 e F5 ai Brasiliani, propone agli ambasciatori d’Italia e Germania di armarne uno con siluri, per poi catturare i piroscafi inglesi e francesi alle Falkland: i due diplomatici si mettono le mani fra i capelli.
Rimpatriato, si scontra con una Marina per cui “a guerra è una cosa scomoda inventata dai “pazzoidi nazionalisti” o dagli “industriali guerrafondai” da questi per i loro affari e da quelli perché scocciatori di mestiere». Insomma, la solita storia italiana. È così che il comandante Belloni, il 3 ottobre 1914, decide di dare la sveglia al suo Paese compiendo durante una finta esercitazione lo spettacolare furto alla Fiat San Giorgio del sommergibile 43, destinato alla marina russa. Obiettivo: imbarcare siluri francesi ad Ajaccio, porto belligerante più vicino, alzare la bandiera di guerra russa, sostare a Malta per modificare lo scafo rendendolo adatto alla fuoriuscita dei palombari per le azioni insidiose nel porto austriaco di Pola, quindi fare rotta sull’Adriatico.

Il sommergibile Argonauta, il 43, rubato da Belloni al Muggiano nel 1914 per portare un attacco alle navi austriache in Adriatico e scuotere l’attendismo giolittiano
Dopo giorni tesissimi passati a studiare l’azione, alle otto del mattino molla gli ormeggi dal Muggiano, ovviamente tacendo all’equipaggio le sue mire. Attraccato ad Ajaccio, inizialmente trova i favori dell’ammiraglio Le Troter ma, in seguito anche alle pressioni del governo Giolitti che, informato del furto, teme per la neutralità italiana, il 25 ottobre Belloni è costretto ad abbandonare l’impresa. Gli viene proposto dai francesi il comando di un sommergibile ma rifiuta, rispondendo che uno dei prossimi nemici sarebbero stati proprio loro. Dopo l’esilio a Nizza, durante il quale alla mamma di Belloni arriva un mazzo di fiori con un bel biglietto da parte di Filippo Tommaso Marinetti, il comandante rientra in Italia con 13 imputazioni: una penale (appropriazione indebita di un sommergibile), 11 amministrative per violazione del Codice marino mercantile (porto abusivo di bandiera, partenze e arrivi irregolari ecc.) ed una fiscale, per violazione dei decreti di contrabbando assoluto emanati per lo stato di guerra e neutralità. Totale: 16 anni di prigione e 60mila lire di multa. La sentenza del 27 febbraio ’15 tuttavia lo assolve perché il fatto imputato non costituiva reato: l’Italia era in guerra e pochi giorni dopo fu richiamato in servizio a Venezia, dove divenne grande amico di D’Annunzio. Nella Serenissima, a bordo del sommergibile Argo, tra un agguato e un altro inizia gli esperimenti di fuoriuscita dei palombari con il mezzo in immersione, ideando l’assalto alla base di Pola; non trascurava nemmeno il vitto speciale per i suoi super incursori: bistecche, tuorli d’uovo, burro e marmellata. Alla fine l’azione non si compì, ma il grande visionario incompreso aveva aperto la strada al concetto di offesa «insidiosa». L’unico che esprimeva stima per Belloni era il futuro grande ammiraglio Paolo Thaon de Revel: fu lui che gli consentì, dopo il 4 novembre, di mantenere il comando del sommergibile Ferraris, con cui continuò in privato gli esperimenti di fuoriuscita dei palombari e forzamento di reti subacquee alle isole della Palmaria e del Tino, a Porto Venere.

Belloni, in abito bianco, durante un esperimento con il casco in celluloide trasparente che consentiva una visione totale: troppo avanzato per le tecnologie del tempo, non venne sviluppato

In seguito prende a nolo il Ferraris alla Marina, dedicandosi alla pesca di perle in Mar Rosso, utilizzando i palombari e portando con sé la novella sposa Gabriella Vinassa de Regny: altro episodio unico nella storia. E anche se deve abbandonare gli affari per il fallimento della finanziatrice, la Banca Italiana di Sconto, il fervido comandante non sta un attimo fermo, sempre più votato a far nascere negli italiani una «coscienza insulare» con articoli, iniziative marinare e conferenze. Finché, tra il ’29 e il ’39, esplode il fenomeno Belloni. Si susseguono infatti una serie di incidenti che coinvolgono sommergibili italiani, francesi, inglesi e americani: non esiste un valido sistema di salvataggio per l’equipaggio, ma solo palliativi come il respiratore Davis, progenitore degli autorespiratori a ossigeno che cela alcuni limiti. Collaborando con le ditte IAC e Pirelli, Belloni propone tre suoi cavalli di battaglia: il cappuccio, la vasca e la tuta Belloni. Il cappuccio era un fazzoletto in tela gommata con due vetri tondi, fissato al busto tramite cinghie e dotato di una bomboletta da un litro d’aria a 150 atmosfere. I primi esperimenti li compì Belloni stesso a Porto Venere, facendolo provare anche alle sue bimbe Maura e Paola, che passavano delle mezz’ore a otto metri di profondità.

Portovenere, 1929 circa – i primi test con il cappuccio Belloni per la fuoriuscita di emergenza dai sommergibili
Con il cappuccio, i marinai sarebbero usciti dal sommergibile affondato emergendo in superficie sani e salvi, in posizione verticale, e continuando a respirare anche se svenuti, passando attraverso la vasca Belloni: una struttura cilindrica con una parte in ferro e una in tela smontabili, che compensava la pressione esterna con quella interna, utilizzabile in tutti i locali muniti di portello senza allagarli. Venne adottata solo da pochi battelli. Infine, la tuta Belloni, un vestito stagno in tela gommata con polsini e collo di gomma adottato in seguito dai Mezzi d’assalto della Prima e quindi Decima Flottiglia Mas, sia dagli operatori a cavalcioni dei famosi Maiali, sia dai piloti dei barchini esplosivi MTM.

Geniale fu la tuta di salvataggio per gli aviatori, combinazione fra la tuta e il cappuccio, che in guerra avrebbe potuto salvare centinaia di vite. Se solo fosse stata ordinata dalla Marina. La impiegarono invece i russi e Italo Balbo per la Crociera del Decennale. Purtroppo infatti la nostra Marina commissionava a Belloni esemplari sperimentali che venivano presi a calci prima delle prove, negli uffici dell’arsenale di La Spezia, per poi ordinare in grosso gli autorespiratori Davis della britannica Siebe Gorman. «Affaristi inglesi e camorristi italiani», commenta Belloni, il quale per sfamare i sette figli deve cedere tutti i brevetti alla Pirelli, che aveva assorbito la IAC. Partecipa anche alla Fiera di Milano dell’aprile ’35, allestendo il primo padiglione subacqueo, dove, in una vasca trasparente, un palombaro compiva evoluzioni. Belloni sognava di creare in Italia una ditta che realizzasse tutte le attrezzature per attività sottomarine (La Subacquea), in vista del prossimo conflitto: proprio nel ’35, quando si sente odore di guerra in Africa, insiste con gli ambasciatori giapponesi e tedeschi sulla necessità di allearsi contro Inghilterra, Francia e Nordamerica, e portare un attacco insidioso alle plutocrazie con un esercito di sommozzatori d’assalto. Il motto è quello di 20 anni prima: Anglia delenda! E se l’addetto navale germanico strabuzza gli occhi, quello nipponico lo prende sul serio, sottolineando che noi siamo alleati naturali. Il concetto strategico del Sol Levante coincideva con il suo, solo con altra forma tattica: lo dimostreranno a Pearl Harbor sei anni dopo. Ci vuole tuttavia un colloquio faccia a faccia con il Duce per smuovere qualcosa: nasce così il primo nucleo di assaltatori subacquei – tra cui Teseo Tesei – che a Bocca di Serchio, impiegando i Maiali, le tute Belloni e gli autorespiratori a ossigeno progettati da Belloni (modello 49 e poi 50 con tre e cinque ore di autonomia), si esercitavano in azioni notturne; questo fino al ’37, quando dall’alto sospesero gli allenamenti. Pazienza: provvederà lui, in privato, a preparare i primi subacquei (tra cui Borghese e de la Penne) a Santo Stefano. Intanto, non gli manca il tempo di concepire l’elio-distillatore, impianto per la distillazione del mare: immaginava già una cintura intorno al Globo di coste aride rese verdi dalla sua irrigazione solare. Ma arriva l’alt della Finanza: impossibile pompare acqua di mare o distillarla, perché è proibito al privato, in regime di monopolio, produrre sale…

La valvola di scarico dell’aria dell’elmo da palombaro della iAC, perfezionata da Belloni nel ’34.
Nel ’39 scoppia la «guerra mondiale dei dieci anni», che lui aveva predetto: grazie all’ammiraglio De Courten, l’anno successivo gli viene concesso di aprire la Scuola sommozzatori al porticciolo San Leopoldo, all’Accademia Navale. Lui vorrebbe 1.000 allievi: gliene concedono dieci. Nel ’42 sono già 120. Richiamato in servizio con il grado di primo tenente di vascello (che nel frattempo era stato abolito), avvia il suo avveniristico corso affiancato dal tenente di vascello Eugenio Wolk, grande sommozzatore che istruì gli uomini per la scuola di Bocca di Serchio nel frattempo riaperta, e i nuotatori tedeschi che si sarebbero coperti di gloria facendo saltare diversi ponti sui fiumi olandesi. Belloni era fautore del marciatore di fondo, con autorespiratore a ossigeno e carica da 50 kg di tritolo a zaino, ma sebbene arrivassero a percorrere tratti fino a 3mila metri, si trattava di imprese sovrumane. E allora, se non si può marciare, si nuota! Ecco che vengono introdotte le pinne (concepite da poco in Francia), allora segreto militare. La pala è piccola e le scarpette piagano gli alluci, ma gli uomini-rana, ossia i Gamma, compiono imprese memorabili. In primis Luigi Ferraro, l’affondatore solitario di Alessandretta: tre navi colate a picco. Proprio alle mute in gomma verde dei Gamma si ispirano le tute dei COMSUBIN, attuali incursori della Marina militare italiana. Belloni intanto, tra l’invenzione di una miscela per autorespiratore e l’altra (anticipando di decenni Trimix e Nitrox), cerca di spiegare che l’apoteosi dell’azione insidiosa sarebbe avvicinare i Gamma ai porti nemici con sommergibili tascabili, e non con i Maiali.

Foto di gruppo a Sant’Andrea (Venezia), estate 1945. Il quarto da sinistra è Lionel Crabb, alla sua destra Angelo Belloni
Ma l’eterno agone tra il genio e gli ammiragli viene interrotto dai drammatici fatti dell’estate ’43. Il 25 luglio Belloni sentenzia: «Badoglio è un massone, andiamo diritto all’ultima vergogna. Questa è una manovra per condurci alla pace separata». E fu l’8 settembre. Il 10, a Lerici, si stacca con una lametta la corona di Casa Savoia dal fregio del berretto e si rimette al lavoro con la Decima Mas. Il 28 aprile ’45 si trova al Collegio Navale Morosini di Sant’Elena, Venezia, insieme al battaglione NP della Xa Mas comandato da Nino Buttazzoni. Nella città lagunare, infatti, sull’isola di Sant’Andrea, si erano trasferiti i mezzi d’assalto subacquei. Dopo l’ultimo ammainabandiera, quando gli anglo-americani entrano in città, il nostro esce in abiti civili. Arrestato dai partigiani e preso in carico dagli inglesi l’8 maggio, torna a Sant’Andrea con il comandante Lionel Crabb, l’anti Decima della Royal Navy. In Laguna, insieme con la Medaglia d’oro Ferraro, Wolk e altri incursori, opera sminamenti e recuperi di relitti, riprendendo gli esperimenti subacquei come consulente dell’ufficiale britannico (sottraendosi alle rappresaglie partigiane). Belloni mette a punto nuovi autorespiratori, che prova anche per un’ora a 70 metri: se non fosse stato per lui, la subacquea non esisterebbe.
Tornato «libero sulla parola» nel castello Frugone di Cavi di Lavagna, il vulcano può dedicarsi all’ostello acquatico, alla teti-pompa con ondo-pompa, che genera energia elettrica dalle onde marine o alla nave immergibile a murate stagne. Si spegne a Genova il 9 marzo 1957: investito da un tram di cui non si era accorto per la totale sordità, davanti alla stazione Brignole, mentre si recava a un convegno di sommozzatori. Genio sconosciuto, non gli sono mai stati dedicate navi o sommergibili, né ha ottenuto decorazioni e onorificenze dallo Stato.
Alessandro Botrè
Pubblicato in origine sulla rivista Monsieur. Le immagini di questo articolo sono state tratte dall’Autore da “Cinquant’anni di mare, memorie 1900-1950” di Angelo Belloni, casa editrice Mursia
In anteprima Belloni, con la retina in testa, all’interno di un sommergibile dove si stava collaudando la “Vasca Belloni” per la fuoriuscita. La Fiat San Giorgio lo assunse con il compito di collaudare e consegnare i sommergibili che venivano costruiti nel cantiere del Muggiano di La Spezia
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Francesco Caldari
Il Generale di Brigata (riserva) Francesco Caldari ha servito per quaranta anni nel servizio permanente effettivo nell’Arma dei carabinieri, ricoprendo incarichi di comando nella organizzazione Mobile (8° Battaglione “Lazio” in Roma) , in quella Territoriale (Tenenza/Compagnia di Acerenza), di Polizia Militare (Compagnia per la Marina Militare presso l’Alto Comando della Spezia) e della Tutela del Segreto (Agenzia di Sicurezza Interregionale CC M.M. La Spezia) nonché in servizio di polizia giudiziaria (Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Genova). È stato altresì impiegato nel contesto di Stato Maggiore (da ultimo quale Ca.SM del Comando Legione “Liguria” in Genova), anche all’estero, come Provost Marshal presso il Quartier Generale di NATO-KFOR (Kosovo Force) a Prishtina/Priština.
Ha seguito numerosi e variegati corsi militari. Gli è stata concessa la Medaglia Mauriziana conferita al compimento di cinquant’anni di Carriera militare e l’onoreficienza di Cavaliere della Repubblica. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Sicurezza (Roma-Tor Vergata) e quella magistrale in Relazioni Internazionali (Genova), qui con una tesi sulla “cooperazione internazionale di polizia”, argomento sul quale cura un blog ed un podcast. Concluso il servizio attivo si dedica alla sua passione per la storia
FONTE: Ocean4Future
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